Gran Sasso nel Cuore: L'Aquila, dove la mia vita divenne Destino

Ci sono città che si attraversano per caso e altre che si incidono nell’anima come un destino. Per me, pescarese giunto tra quelle mura severe nei giorni inquieti e fieri della lotta per il capoluogo, L’Aquila non è stata un semplice rifugio, ma la culla di ogni mia alba.

Mi accolse da forestiero, tra le ombre lunghe del Gran Sasso e il riserbo antico della sua gente. Gli aquilani, si sa, custodiscono il proprio cuore dietro portoni di pietra e silenzi di neve; eppure, con me, quel pudore si sciolse in un abbraccio fraterno. Mi hanno rispettato, mi hanno voluto bene, abbattendo ogni distanza calcata sulla mappa, offrendomi la chiave di una dimora universale.

È lì che la mia penna ha imparato a respirare il mondo. Tra i vicoli che profumano di storia ho mosso i primi passi da giornalista professionista, consumando i tasti della macchina da scrivere per raccontare la vita. Lì ho scoperto la nobile epopea del rugby, il fango e la gloria di uno sport che mi avrebbe poi condotto fino ai prati sacri della Gran Bretagna; un amore ovale nato all'ombra del Forte Spagnolo e consacrato tra le pagine del mio primo libro, "Rugby di successo". Non sapevo, allora, che quel battesimo di inchiostro sarebbe diventato un fiume in piena, capace di generare oltre cento titoli, tra romanzi, saggi e versi che ancora oggi cercano di misurare l'assoluto.

Ad Aquila espressi tutto il mio amore per lo sport costituendo una società sportiva con il mio nome Lussosport e partecipammo, vincendo, ai campionati giovanili di calcio, e organizzai, sempre partecipando con una mia squadra, a tornei di pallavolo, maschile e femminile, e di basket. E avevo solo 21 anni!

Ma la letteratura e la cronaca sono nulla rispetto ai volti che L’Aquila mi ha donato. Penso ad amici veri, incrollabili come le pietre di Collemaggio – a Dante Capaldi e a tanti altri fratelli d’elezione che il tempo non cancella, anime così numerose che nominarle tutte sarebbe come voler contare i mascheroni della Fontana Rivera.

Eppure, il motivo più alto, il canto più struggente che mi lega a quella terra, porta il nome dell'amore puro. Tra quelle piazze ferite e rinate, ho incrociato lo sguardo di una ragazza splendida, una creatura di grazia che divenne mia sposa. L'Aquila è stata il palcoscenico del nostro miracolo terreno, il custode del nostro primo "sì". Oggi lei risiede nel cielo, abita la luce più pura, ma il suo legame con questa terra resta vivo, radicato e presente: è nel sorriso delle nostre due splendide figlie, Laura e Beatrice, che continuano a vivere e a camminare tra queste strade, custodi viventi di quell'amore immenso.

Ho vissuto a L’Aquila solo pochi anni, una frazione breve nel cammino della vita, ma sufficiente a rendermi eterno. Amo L’Aquila perché è la città dove ho imparato a soffrire, a scrivere, a vincere e ad amare. E finché avrò voce e inchiostro, il mio cuore pescarese batterà, sempre, all'unisono con le sue novantanove cannelle.

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