IL PATTO D’OMBRA E DI LUCE
Da secoli la filosofia si interroga sul mistero che abita la mano di chi crea, oscillando tra il rigore del controllo e l’abbandono all'invisibile. Già Platone, nel Ione, parlava dell’artista non come di un artigiano supremo, ma come di un essere "alato, leggero e sacro", posseduto da una mania divina: non è il poeta a parlare, ma la Musa che canta attraverso di lui. Questa possessione romantica trova la sua sponda estetica in Immanuel Kant, che nella Critica del Giudizio definisce il Genio come la forza attraverso cui la Natura stessa dà le sue regole all'arte; un tramite inconsapevole che crea senza poter spiegare scientificamente come ciò avvenga. È la stessa intuizione che Arthur Schopenhauer spingerà all'estremo, vedendo nell'artista l’unico uomo capace di squarciare il Velo di Maya: colui che non inventa il mondo, ma si fa specchio puro della Volontà cosmica, sottomettendosi a essa per rivelarla agli altri. In questo eterno dibattito tra il dominio della tecnica e la resa al prodigio, l’opera d’arte si rivela non come un oggetto conquistato, ma come un soggetto conquistatore. Una forza autonoma che attende nell'ombra il suo momento per venire alla luce.
Ho frequentazioni quotidiane con un artista come Vittorio Di Boscio e mi incontro spesso con Domenico Di Matteo e con Gino Berardi. Inutile dire che dai nostri incontri nascono idee e si alimentano riflessioni che in questi casi non potevano che riguardare il rapporto artista e arte.
Non siamo noi a cercare l’arte, è lei che ci abita da sempre. L’artista non conquista nulla; si arrende semplicemente a un incantesimo antico. Esiste un momento esatto in cui il confine tra l’uomo e l’etereo svanisce, una soglia invisibile dove la volontà cede il passo al prodigio. Non si dipinge per scelta, non si scrive per mestiere; si diventa canali di una forza che chiede solo di nascere, un ponte gettato tra il caos del non essere e la precisione della forma. La domanda che da secoli tormenta chi consacra la vita alla creazione -se sia l'uomo a dominare lo strumento o se sia l'espressione a schiavizzare la carne - trova risposta solo nel silenzio che segue l'opera compiuta. Un silenzio che parla di una possessione totale, di un patto eterno siglato tra la fragilità dell'argilla umana e l'immortalità del segno.
La pittura è il primo battito visibile di questa possessione. Sulla tela bianca non si consuma mai un atto di forza ordinato dall'intelletto, ma un vero e proprio rituale di evocazione. L’artista stringe il pennello come una bacchetta tesa sul vuoto del caos primordiale, eppure le sue dita non obbediscono ai comandi della mente razionale; esse si muovono sotto ipnosi, guidate dall'eco di colori mai visti prima, da geometrie che appartengono a un mondo parallelo. Il pigmento si stende sul tessuto come carne viva e l'acqua scivola e si espande come sangue trasparente. Il pittore non inventa le immagini, ma squarcia il velo della realtà visibile per ricordare la luce del primo giorno del mondo. Ogni colpo di spatola, ogni sfumatura di polvere e olio, diventa così l'archetipo di un sogno che si riappropria dello spazio fisico, costringendo lo sguardo umano a contemplare l'infinito imprigionato dentro una cornice di legno.
Accanto al colore, la scrittura compie il medesimo sortilegio nel silenzio sacro dell’inchiostro. La pagina bianca non è una superficie inerte, ma un abisso verticale che attende il suo richiamo. Le parole cadono sulla carta come gocce di pioggia scritte dal vento, dettate da una voce senza corpo che sussurra nei corridoi più bui della mente. L'autore non crea i suoi personaggi dal nulla, né ne pianifica il destino come un sovrano assoluto; si limita ad ascoltare il loro pianto nell'ombra dell'inconscio e a prestare loro la propria vita, i propri occhi, le propri ferite. L'alfabeto si trasforma in una formula magica capace di dare un corpo ai sentimenti più indicibili e di sospendere le leggi del tempo. Si scrive sempre per curare una febbre sconosciuta, per placare un demone interiore che preme contro i denti e che non troverà pace finché l'ultima frase non avrà rubato il respiro di chi la traccia, fissando sulla carta l'oscurità del pensiero.
È in questo scontro supremo che si rivela la natura del legame: un contrasto assoluto tra l'inverno del foglio e l'alba della tela. Sul palmo di una sola mano si scontrano due mondi opposti, dove il buio dell'inchiostro scava la carta e la luce del colore abbaglia lo sguardo. L'artista, in questa invisibile e tragica battaglia, sperimenta la sua natura duale: crede di essere la lama che incide il mondo, ma scopre di essere l'ostaggio della sua stessa opera. L’illusione più grande del creatore è infatti credere di aver conquistato la materia, di possedere il capolavoro. Ma quando la tela si asciuga e l’ultimo punto viene impresso sul foglio, l’incantesimo si spezza. L’artista si sveglia dal sogno e si scopre tragicamente vuoto. Guardando il lavoro con occhi stanchi e mani svuotate, capisce finalmente la verità: non è stato lui a fare l’arte. È stata l’arte che, per un attimo eterno, ha usato il suo cuore per respirare tra gli uomini, lasciandolo di nuovo solo, sulla riva del silenzio, in attesa del prossimo richiamo.