Quante volte Daniele Sebastiani ha detto di voler cedere il Pescara Calcio? Impossibile quantificarlo con precisione. Ormai, nel capoluogo adriatico, l'annuncio della "società in vendita" è diventato un tormentone ciclico. Un copione scritto che si ripete puntualmente al termine di ogni stagione deludente, di ogni fallimento sportivo o durante le più accese contestazioni della tifoseria.

Da ben diciotto anni, la gestione del patron naviga in questo paradosso: innumerevoli conferme su presunte trattative, l'espressa volontà di farsi da parte, ma alla fine le cessioni si arenano e il presidente resta saldamente al suo posto. Un binomio, quello tra retrocessione e annuncio di addio, che trova una perfetta e matematica corrispondenza cronologica nella storia recente del club.

Ricordate il maggio 2017? Dopo una Serie A disastrosa e l’apice della contestazione ultras, Sebastiani dichiarò ai media l'intenzione irrevocabile di lasciare a fine stagione, parlando di un ciclo chiuso. Quattro anni dopo, maggio 2021, la storia si ripete: il Pescara sprofonda in Serie C e il patron apre ufficialmente alla fase dei "mandati a vendere", ingaggiando advisor per valutare offerte. Fino ad arrivare ai giorni nostri, maggio 2026: la fresca retrocessione sul campo scatena la rabbia della piazza e, pochi minuti dopo il fischio finale, la risposta del presidente è la solita: "Se qualcuno vuole, si fa avanti e si prende la società, altrimenti vado avanti io".

Dietro questa dinamica, però, si nasconde una precisa meccanica mediatica. Annunciare la cessione serve a scaricare la pressione del fallimento tecnico e a invertire l'onere della colpa, facendo passare il messaggio che la sua permanenza sia solo un atto di responsabilità per evitare il fallimento, data l'assenza di investitori locali pronti a subentrare.

Ma quanto costa davvero il Pescara? Qui entriamo nel labirinto delle valutazioni economiche di Sebastiani. Il club non ha un prezzo di listino fisso. La strategia si basa su un principio flessibile, legato a doppio filo alla categoria: il valore reale è determinato dall'accollo dei debiti strutturali e dalla liquidazione delle quote.

Durante gli anni bui della Serie C, la valutazione complessiva si era contratta: la richiesta per il pacchetto di controllo oscillava tra i 3 e i 4 milioni di euro, a cui l'acquirente doveva però sommare una massa debitoria tra i 15 e i 18 milioni, coperta da fideiussioni bancarie a prima richiesta. Con la promozione in Serie B del 2025, la valutazione teorica è inevitabilmente lievitata fino a 8-10 milioni, spinta dai nuovi diritti TV. Oggi, con il ritorno in terza serie e un bilancio che pesa per oltre 16 milioni di debiti complessivi, la richiesta per le quote si azzera: Sebastiani è pronto a cedere a costo nominale nullo, purché arrivi qualcuno in grado di accollarsi l'intera massa debitoria.

Negli anni si sono succedute cordate di ogni tipo: dalla trattativa mediatica con l'avvocato Pavanati nel 2020, sfumata per mancanza di garanzie, ai misteriosi fondi svizzeri e statunitensi, fino agli advisor milanesi. L'unica vera svolta nell'assetto di controllo è stata invece una ristrutturazione interna: il trasferimento di quasi l'84% delle azioni alla holding Fino Capital, partecipata al 50% dallo stesso Sebastiani e al 50% dalla MJ Investment di Marco Verratti, mossa che ha garantito l'iniezione di liquidità necessaria per iscrivere la squadra al campionato.

Insomma, tra smentite, bilanci in sofferenza e l'eterna caccia a acquirenti "seri e perbene", la sensazione della piazza rimane una sola: il tormentone della cessione continuerà, ma la poltrona del comando difficilmente cambierà proprietario.

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