Quando c’è di mezzo il calcio si fa, molto spesso. consumo di parole. Tanto che quando non ne puoi più di ascoltare parole vuote, dettate solo dalla spinta emotiva di essere un tifoso senza rispettare quelli che sono i valori di una disciplina di cui si discute, esplode dentro di te qualcosa e in dialetto, che è la lingua del cuore, quella più intima e più efficace, dici: “Ma di chi stème a parla’?.

In una società come la nostra, nella quale il consumo sta alla base del sistema che la struttura, anche le parole non sfuggono alla bulimia generale. Nel rumore di fondo nel quale trascorriamo le nostre esistenze, appare sempre più difficile distinguere o cogliere il senso profondo che ogni parola porta con sé, le valenze dei suoi significati, le relazioni.

L’eccesso di parole – diceva Mario Luzi – nasconde spesso la scarsità di idee e dunque una debolezza di fondo, la stessa che ci pare percepire leggendo o ascoltando anche solo una minima parte di quanto oggi ci raggiunge dai media e da quello che noi stessi produciamo. Ma, al di là di questo fatto quantitativo, che comunque può avere anche lati positivi, quello che a mio avviso dovremmo considerare con più attenzione è il fatto che, proprio come gli oggetti, se usate eccessivamente o senza riguardo, le parole si consumano.

Buddha sosteneva che “le parole hanno il potere di distruggere e di creare”, ed in effetti il potere delle parole è infinito e stravolgente.
Nella Bibbia, la “parola” è anche qualcosa di più di quello che intendiamo noi occidentali: è l’azione con cui esprimiamo noi stessi, perciò il termine ebraico “dabar” designa contemporaneamente la parola e l’atto. La parola ha in sé una forza creatrice, modifica e trasforma la realtà.

Quando una realtà inconfutabile quale quella della classifica del Pescara ti dice chiaramente che la nostra società è sesta in classifica ed è a meno 8 dalla terza classificata che dovrebbe essere considerata la piazza d’onore per la disputa dei play off e che gli stessi numeri, nella loro crudezza, ti dicono che la difesa biancazzurra ha subito la bellezza di 37 reti su 28 partite giocate, ed è seconda solo al Pontedera (42) e a pari merito con il Rimini, come si fa a negare il fallimento di una campagna acquisti e vendite?

Questo flop avvilente ha un padre putativo, ed è il mercante per antonomasia, che continua a negare l’evidenza e quando si propone, con le sue omelie dalla televisione di riferimento, con il beneplacito consenso del reggi microfono, che ostenta la sua approvazione  muovendo la testa ad ogni sua parola come un asino che ascolta ma non capisce, continua a dire di avere fatto un buona squadra e che solo degli episodi la condannano ad anni luce dalle prime due posizioni in classifica, sbotti e dici ad alta voce: ma di chi steme a parla’?

La realtà è sotto gli occhi di tutti coloro che seguono il calcio, da tifosi che non hanno mandato il cervello all’ammasso, e ci dice chiaramente che il Pescara ha alcuni elementi di valore, per esempio Merola e Plizzari, che altri sono discreti ma devono ancora crescere ed altri ancor che sono dei doppioni di ruoli coperti e che devono forzatamente adeguarsi a coprire ruoli non propri per riempire tutte le caselle previste dal modulo di gioco.

Pertanto, il fatto che il Pescara si trovi in questa posizione di classifica, non deve sorprendere nessuno. E’ il giusto valore di una squadra che , per vincere i play off dovrebbe sapersi esprimere nel “torneo” finale al centouno per cento.

Saprà il palermitano Bucaro spremere tutto il meglio da questi ragazzi e portarli a fare il miracolo?

Questa è l’unica domanda possibile oggi. La risposta dal campo.

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