Ho appena finito di leggere il nuovo romando di Mario Perrotti e sono estasiato per le emozioni che hanno saputo risvegliare in me le pagine di questo romanzo, autentico capolavoro di Mario.

Mario Perrotti è stato un valente insegnante ed un dirigente scolastico apprezzato e oggi è un fotografo romano e scrittore, di origini aquilane che ha già dato alle stampe con successo alcuni suoi lavori con Ape Editore.

Ricordo alcuni titoli: “Ricordi di vita vissuta”, “L’Aquila come te ...   si rialza in volo”, “L’estensione del me” e ora “La conca dei ricordi”.

La conca, che ha dato il titolo a questo romanzo è un vero simbolo dell’Abruzzo. È un oggetto che non mancava mai nelle case delle famiglie abruzzesi. Insieme a lu maniere, il mestolo di rame, rappresentava uno degli oggetti più usati nei nuclei familiari.

La conca solitamente conteneva acqua, ma poteva essere utilizzata anche per contenere liquidi d'altro genere.

Di solito, trovava posto accanto alla porta d'ingresso, in modo che chiunque entrasse potesse usufruire dell'acqua in essa raccolta. Sembra che nessuno si sconvolgesse molto del fatto che ci si dissetasse tutti dal medesimo maniere rituffandolo poi nella stessa acqua della conca. Le donne che tornavano dalle fontane recavano sul capo le conche colme d'acqua, con i bambini per mano, senza far cadere neanche una goccia del preziosissimo liquido.

Solo le donne andavano ad attingere l’acqua con la conca, e nonostante il lavoro pesante e stancante, le giovani, erano felici di andare, perché  era l’unico modo per uscire ed incontrare amiche, e spasimanti.

La conca, unica testimone di amori, passioni e pianti, veniva portata all’andata che era vuota, per il manico, una volta piena di acqua e di parole, di sguardi e di ammiccamenti, veniva deposta in testa sopra la “spara” (panno arrotolato che attutiva il peso e faceva da base), retta prima da una sola mano e poi addirittura senza, guidandone l’equilibrio solo con il collo ed il bacino. E da qui il tipico portamento “regale” delle donne abruzzesi.

Ed è ancora associata l’andatura delle donne locali al portamento elegante di regine e dame. Su di esse scriveva Maud Howe nel suo libro “Cronaca di viaggio tra i monte d’Abruzzo nell’autunno del 1898”: “Presso la fontana appena fuori la porta una dozzina di donne e ragazze stavano ad attingere acqua. Il loro portamento era libero e nobile.”

Mario non ha mai dimenticato quelle sue origini e, dotato di carattere, intelligenza, voglia di realizzarsi senza essere schiavo del lavoro dei campi, dopo aver studiato all’Aquila, esercitò la professione di educatore presso il Convitto Nazionale Cotugno dell’Aquila. Successivamente ha insegnato a Roma presso la scuola elementare parificata Pio IX.

Brillante e determinato negli studi si laureò in materie letterarie presso il Magistero di Roma. Vinse due concorsi magistrali.

Tra l’altro ha lavorato come vice rettore ad Anagni, Tivoli e Roma. Ha vinto due concorsi per Rettore nei convitti nazionali lavorando a Catanzaro, Siena, Chieti.

È stato dirigente scolastico in varie scuole di Roma. Dopo 42 anni di “onorato servizio”, come suole dirsi, è andato in pensione e qui ha cominciato una nuova vita scoprendo la magia della fotografia.

Ho letto con particolare emozione queste pagine di Mario perché, leggendole, ho ripercorso la vita multiforme di Mario: ragazzo di campagna che ha voluto crescere studiando e realizzando il suo sogno di insegnante, prima e di dirigente scolastico poi.

In un crescendo di “pennellate” ha disegnato tutto il suo percorso di uomo e di professionista coinvolgendo il lettore che viene introdotto in quel mondo contadino mai dimenticato da Mario Perrotti che, anzi, se ne fa un motivo di orgoglio diventando un esempio vivente per chi vuole uscire dalle “pastoie della povertà contadina” per vivere una vita diversa.

In tutte le sue esperienze professionali e fin dai tempi della giovinezza, Mario ha sempre teso verso l’alto con il bisogno di affrancarsi e di crescere spiritualmente e culturalmente. Questo senso del puntare verso traguardi superiori non lo ha reso mai superbo né lo ha fatto mai sentire superiore agli altri.

Ho sempre cercato di essere al di sopra delle parti ma senza alterigia, mi disse in un recente incontro.

Mario ci ha regalato, con questo suo romanzo, e spero tanto non sia l’ultimo, delle pagine che sono delle autentiche pennellate di colore: ci fa rivivere le giornate di Siena e del Palio, con rara maestria. L’emozione dell’avere sulle ginocchia la piccola Alessia e il suo amore per la montagna, il Gran Sasso, il Terminillo, la gita a San Gabriele e poi i momenti magici legati alla “ubriacatura dei pomodori”.

Stupendi i suoi ricordi delle donne e degli uomini che preparavano i pomodori e che sistemavano il prodotto di tanto lavoro e sacrifici in bottiglie che, poi, durante tutto l’anno, consentivano di avere la passata di pomodoro per la cucina tradizionale. I vari racconti sono arricchiti da splendide foto realizzate, quasi tutte, da Mario Perrotti.

Insomma, un libro affascinante che ti fa riscoprire certi aspetti dell’Abruzzo contadino che sono la vera ricchezza di una Regione sempre nel cuore dello scrittore anche se, ora, la sua vita è vissuta a Roma. (Gianni Lussoso)

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