L'ULTIMO RUGGITO DEL DELFINO:
ALBERTO CASALINI E LA STORIA DI UN CALCIO TRADITO
C’era un tempo in cui il calcio non apparteneva ai tribunali fallimentari, agli algoritmi o ai fondi d’investimento stranieri. Era il tempo in cui le chiavi di una squadra, quando tutto sembrava crollare, venivano consegnate con rispetto e trepidazione sulla scrivania del Sindaco. Il primo cittadino non era solo l'amministratore delle strade e dei bilanci, ma il custode ultimo dell'anima immateriale di una comunità.
E a Pescara quell’anima ha sempre avuto i riflessi dell’adriatico, i colori del cielo e del mare. La figura di Alberto Casalini, storico sindaco della città, si staglia oggi nella memoria collettiva come l’ultimo grande condottiero di quell'epoca romantica. Quando il Pescara Calcio affogava nelle sabbie mobili delle crisi finanziarie, Casalini non cercava scuse e non emanava comunicati di facciata. Spinto da un amore viscerale per i colori biancazzurri, trasformava la stanza dei bottoni di Palazzo di Città in una vera e propria trincea.
Convocava i giganti dell’imprenditoria pescarese, quegli uomini che avevano costruito la fortuna economica del territorio, sbatteva la porta e girava la chiave nella toppa. "Da qui non si esce fin quando non mettiamo sul tavolo ciò che serve alla Pescara Calcio". Non era una supplica, era un ordine perentorio dettato da un'autorevolezza morale sconfinata. Casalini costringeva la città a specchiarsi nella propria responsabilità e a farsi carico della propria identità. E l’epica di quegli incontri si compiva puntualmente: l’orgoglio prevaleva sui calcoli, i fondi venivano stanziati e la bandiera del Delfino continuava a sventolare.
La città rispondeva alla città, salvando un sodalizio che affonda le sue radici in una storia gloriosa, spesso vittima di un pigro falso storico.
La narrazione moderna, infatti, indica erroneamente il 4 luglio 1936 come l'anno zero del calcio pescarese. Ma il mito era nato molto prima. Pescara masticava già la polvere e la gloria dei campionati ufficiali dal 1927, anno in cui la squadra ruggiva in Terza Divisione, per poi indossare, nel 1928, quella maglia biancazzurra destinata a diventare una seconda pelle per intere generazioni.
Erano gli anni pionieristici di un'epica purissima, capace di partorire imprese leggendarie come lo storico derby dell'ottobre 1932, quando il Pescara batté al Rampigna la corazzata Aquila Calcio con un 1-0 corsaro che incendiò la costa.
Il 1936 non fu la nascita, ma la prima grande cicatrice: la fenice che risorse dalle ceneri del fallimento dell'anno precedente grazie alla visione di Angelo Vetta. Da quel momento, le evoluzioni nominali - da AS Pescara a Pescara Calcio SpA nel 1974, fino al Delfino Pescara 1936 del 2009 - hanno solo ridisegnato la veste giuridica di un club che vanta quasi un secolo di passioni indomite.
Il vero dramma contemporaneo sta proprio in questa mutazione genetica: finché il Pescara è rimasto un'Associazione Sportiva, la squadra era patrimonio del popolo, un bene indivisibile della collettività di cui il presidente era solo un temporaneo amministratore.
La trasformazione in Società per Azioni ha spezzato questo incantesimo, tramutando il club in patrimonio esclusivo dei soci e spostando il baricentro del potere dal sentimento della curva al registro delle imprese. La fede è stata catalogata come un "asset di mercato" e il tifoso, un tempo cittadino e proprietario emotivo della maglia, è stato declassato al freddo ruolo di cliente di un servizio d'intrattenimento.
Oggi che il calcio ha perso il suo ancoraggio con il territorio, il ricordo di Alberto Casalini e del suo pugno di ferro a difesa del Delfino non è una semplice operazione nostalgia, ma il manifesto di un calcio perduto, dove la maglia era un legame di sangue e la città ne era la vera, unica e legittima proprietaria.