IL PALAZZO, IL CAMPO DA TENNIS E LA PESCARA CALCIO:

INTERVISTA SULLA PARABOLA UMANA E POLITICA DI NEVIO PISCIONE

Ho frequentato molto Nevio Piscione perché innamorati del tennis giocato, purtuttavia siamo sempre riusciti  a bilanciare la confidenza del campo con il rigore dei vostri rispettivi ruoli professionali.

"Il rispetto dei ruoli era sacro e invalicabile. C'era una netta linea di demarcazione tra la sfera professionale e il momento sportivo. Le nostre partite si svolgevano in una fascia oraria complessa, dalle 14:00 alle 16:00, l'unica in cui lui fosse libero dagli impegni istituzionali. In estate il clima era proibitivo; serviva un'eccellente preparazione atletica per reggere quei ritmi. Nevio apprezzava il mio tennis d'attacco, la propensione a scendere sotto rete e la mia determinazione nel recuperare ogni palla. Era un uomo di straordinaria generosità: sul campo non permetteva mai che fossi io a pagare la quota. Ma, concluso il match, ognuno tornava rigorosamente ai propri doveri."

Domanda: Partiamo dal 1986. La scomparsa improvvisa di Alberto Casalini lasciò un vuoto istituzionale drammatico. Eppure, nei corridoi della Democrazia Cristiana e in città, il nome del successore apparve subito scontato. C’era davvero una certezza assoluta sulla figura di Nevio Piscione?

"Sì, l'aspettativa era unanime. Ero il delfino naturale di Casalini, cresciuto alla sua scuola politica. Quando si verificò quel tragico vuoto, la città e il partito individuarono in me l'unica figura in grado di garantire continuità amministrativa. Così assunsi la carica conscio della responsabilità, interpretando il ruolo con l'autenticità tipica come figlio profondo della Pescara più vera."

Domanda: Il biennio del tuo mandato coincide con una stagione di forte spinta modernizzatrice. Sul piano infrastrutturale spicca l’inaugurazione della nuova stazione ferroviaria, ma i pescaresi ricordano anche un gesto fortemente simbolico: il riavvio dell'orologio della torre civica.

"Furono due passaggi chiave, uno strutturale e uno fortemente comunicativo. L'inaugurazione della nuova stazione fu uno spartiacque per i trasporti e l'urbanistica cittadina. Ma l'intervento sull'orologio della torre civica, fermo da decenni, rappresentò la mia volontà politica di dare un segnale di risveglio: Pescara doveva rimettersi in marcia e sincronizzarsi con il futuro."

Domanda: Quella fu anche un’epoca d'oro per lo sport locale. Nel 1987 la città festeggiò la sua seconda storica promozione in Serie A, sotto la guida di Giovanni Galeone. Che rapporto ti legava a quella squadra?

"Un rapporto viscerale, ma sempre vissuto nel rispetto dei ruoli. Ero profondamente innamorato del Pescara e legato da una stima e un'amicizia personale autentica a Gianni Galeone. Sostenevo i colori biancazzurri con orgoglio istituzionale e passione personale, consapevole di quanto il successo sportivo fosse un volano di riscatto e visibilità per l'intera comunità pescarese."

Domanda: La seconda metà degli anni Ottanta a Pescara era un’arena complessa, segnata dal dualismo tra la Democrazia Cristiana e l’ascesa del Partito Socialista, ma anche da feroci faide interne allo scudocrociato. Che aria si respirava a Palazzo di Città?

"Era un'aria densa, a tratti soffocante. Pescara era una città in piena espansione economica e urbanistica, e questo scatenava appetiti politici enormi. La DC locale non era un blocco unico, ma una federazione di correnti in guerra perenne tra dorotei, fanfaniani e l'ala sinistra. Mi trovai a governare nel mezzo di questo fuoco incrociato, gestendo equilibri fragilissimi. Ogni delibera, ogni nomina diventava terreno di scontro, non tanto con le opposizioni, ma all'interno della stessa maggioranza, dove il manuale Cencelli veniva applicato col bilancino. In più, c'era la pressione esterna di un PSI rampante che rivendicava spazio, rendendo il quadro politico locale un vero e proprio campo minato."

Nei momenti di relax post-partita, emergevano le confidenze dell'uomo delle istituzioni. In quei momenti di tregua, Nevio si spogliava della veste pubblica e analizzava il sistema con lucido realismo. Ricordo una sua riflessione profonda: considerava la politica, nella sua idea di base, come una delle più grandi conquiste della democrazia. Tuttavia, constatava con amarezza che, una volta entrati nei meccanismi del potere, si veniva inevitabilmente risucchiati nel vortice delle correnti e delle fazioni.  E quindi mi arrischiavo anche a fare qualche domanda particolare:

Domanda: Qual era la visione che avevi del sistema politico in cui operavi?

" In quel sistema si era spesso costretti a scendere a compromessi che tradiscono i propri credi personali. Avvertivo il peso di un ambiente infido, dove le trappole più pericolose non arrivavano dagli avversari storici, ma dai colleghi del mio stesso partito, accecati dalla gelosia per la mia forte popolarità."

Domanda: Questa analisi sembrò materializzarsi nel 1988, con l’inchiesta giudiziaria sulle assunzioni comunali che interruppe il tuo mandato. Nonostante la successiva e piena assoluzione in appello, quella vicenda segnò la fine della tua stagione d'oro.

"Quell'incidente di percorso fu un colpo durissimo. L'assoluzione in appello dimostrò la correttezza della mia condotta, ma il trauma umano e politico era ormai irreversibile. Rimasi profondamente turbato e ferito da quel fango. Fu proprio quella disillusione, unita all'ostilità interna della DC, a spingermi a rompere con il passato e a confluire nel Partito Socialista Italiano. Ma il quadro politico stava cambiando rapidamente e la mia parabola, purtroppo, era ormai entrata nella sua fase calante."

Domanda: Al di là della fine brusca della tua parabola, qual è il bilancio finale che yi sente di fare della tua figura, a distanza di anni?

"Il bilancio va oltre le dinamiche di partito o le vicende giudiziarie finite nel nulla. La mia vera forza stava nella mia identità. Non ero un tecnocrate calato dall'alto né l'espressione di dinastie di potere precostituite. Ero, fondamentalmente, un normale ragazzo pescarese. Un giovane cresciuto nelle strade, nelle passioni e nella cultura di questa città, che grazie alla mia vicinanza alla gente e alla mia determinazione sono assurto al massimo vertice istituzionale, diventandone il primo cittadino. Ho dimostrato che un figlio della Pescara più autentica poteva guidare la propria comunità nei suoi anni più cruciali.”

"Se oggi, a distanza di anni, guardo indietro a quei pomeriggi afosi trascorsi sul campo da tennis e ai successivi impegni istituzionali che Nevio affrontava ogni giorno, capisco chiaramente le ragioni della mia stima profonda nei suoi confronti.

Ho stimato Nevio Piscione perché era un uomo che non ha mai permesso al potere di intaccare la sua autenticità. In un mondo in cui il Palazzo spesso allontana le persone dalla realtà, lui è rimasto fino all'ultimo giorno un ragazzo di questa città. La sua era una generosità spontanea, mai calcolata o sbandierata a fini elettorali; lo dimostrava nelle piccole cose del quotidiano, così come nelle grandi scelte per la comunità. Ha affrontato i momenti più duri della sua vita e della sua carriera con una dignità d'altri tempi, subendo ingiustizie profonde senza mai perdere l'eleganza del silenzio e del rispetto per le istituzioni.

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