L'INCHIOSTRO E LA TELA DEL MARE

INCONTRO A COLAZIONE SULLA SPIAGGIA

(Vittorio, Maggie ed io)

L’alba aveva lasciato sulla sabbia bagnata un velo di frescura, ma il sole nascente stava già scaldando l’aria, trasformando la spiaggia nel palcoscenico più silenzioso del mondo. Davanti a noi, l’Adriatico non si muoveva: era una tavola di mercurio liquido, piatto, calmo in modo quasi solenne, uno specchio immenso che sembrava aver dimenticato persino il concetto di onda. Il profumo del caffè caldo e dei cornetti si confondeva con l’odore primordiale del bagnasciuga e dell'acquaragia che Vittorio portava sempre con sé, come un'estensione della sua pelle.

Eravamo lì, a fare colazione con i piedi quasi sfiorati dall'acqua, rapiti da quel silenzio azzurro che non era assenza di suono, ma una voce muta che diceva una sola parola: vieni.

Vittorio teneva la tazza tra le mani, lo sguardo perso in quel vuoto perfetto dove il cielo e l'acqua si fondevano senza cuciture. «Guardalo,» sussurrò, come per non disturbare la quiete del mattino. «Il giornalismo insegna a cercare le parole. La pittura a inseguire la luce.

Ma il mare… il mare ci smentisce entrambi. Non parla, eppure ci dice tutto. Oggi sembra che stia trattenendo il respiro per invitarci ad andare. È una tela bianca che aspetta solo una scia.»

Posai il taccuino sulle ginocchia. Non c’era bisogno di annotare, certi dialoghi si incidono direttamente sull'anima. «È una lingua muta che comprendiamo solo visceralmente,» risposi. «Questa calma è la forma più pura di libertà. Nessun rumore, nessuna fretta. Solo la tentazione di lasciare la terra ferma.»

Accanto a noi, accoccolata tra i nostri piedi come un piccolo frammento di terra ferma in mezzo a tanta fluidità, c’era Maggie. La nostra pelosetta sollevò il muso, i suoi occhi scuri carichi di un’attenzione assoluta, vibrante, totalmente devota. Fissava l'immensità liquida con le orecchie sollevate, sentendo anche lei l'energia di quel mattino, l'invito a scivolare via verso l'orizzonte. Vittorio si chinò a accarezzarle le orecchie, e in quel gesto ci fu una tenerezza così antica da sembrare sacra. Maggie rispose appoggiando il mento sulla sua scarpa, un patto silenzioso di fedeltà reciproca.

Vittorio posò la tazza sulla sabbia e le sue mani, abituate a mescolare pigmenti e a dare volume alle quinte di un teatro, cominciarono a muoversi nell'aria, disegnando sfumature invisibili. «Vedi,» esordì, indicando la linea dove l'acqua baciava il cielo. «Chi non dipinge pensa che il mare sia blu. Ma il mare è un camaleonte che ruba l'anima alla luce. Prendi adesso, in questa prima mattina. Questo riflesso argenteo è un grigio perla strizzato d'oro pallido e opale, con una punta di rosa cenere sulla riva. È la palette della timidezza. Ma tra qualche ora, a mezzogiorno, la luce verticale lo schiaccerà e il mare si farà violento, quasi accecante. Diventerà un blu cobalto profondo, solido, che vicino alla riva si spacca in venature di verde giada e turchese liquido. Verso le cinque del pomeriggio, invece, l'acqua assume quella sfumatura che io chiamo 'inchiostro nostalgico': un blu oltremare vellutato che sembra assorbire tutti i pensieri del giorno. E infine la sera, al tramonto, si trasforma in una lamina di metallo prezioso, violetto e indaco, con riflessi di rame bruciato.»

Abbassò gli occhi sulla cagnolina, e nei suoi occhi passò il riflesso argenteo di quel mare immobile. «È esattamente il mattino in cui vorrei averla già qui, la mia barca. Ritrovare quel legno che taglia l'acqua e risponde solo alle correnti. Ma non sarà una fuga solitaria. Io la immagino già, la mia barca.

E la prima cosa che farò, sarà sistemare una rete solida lungo tutto il bordo. Una protezione sicura, maglia dopo maglia. Per lei. Voglio che Maggie senta il vento sul muso senza correre rischi. Voglio vederla annusare l'infinito, protetta dal mio amore e da quella rete. Il mare sa essere una madre magnifica, ma anche un baratro. Io voglio portarla dove l'orizzonte si spalanca, per insegnarle – e per ricordare a me stesso – come si respira la libertà vera. Quella che non ha confini, ma che sa come custodire ciò che ama.»

All'improvviso, un brusco ridere di bambini e il calpestio pesante dei primi passi sulla sabbia asciutta spezzarono l’incantesimo. L'intimità di quella spiaggia deserta si dissolse in pochi istanti: ombrelloni che si aprivano con un colpo secco, il fischio di un bagnino, il vociare confuso che cominciava a riempire lo spazio.

Vittorio si irrigidì impercettibilmente. Guardò un gruppo di bagnanti sistemarsi a pochi metri da noi, poi cercò Maggie. La cagnolina aveva sollevato la testa, visibilmente disturbata da quella duna di plastica e rumore che si stava sollevando intorno a noi, e si strinse più forte contro le sue gambe. Vittorio le mise una mano sul dorso, un gesto protettivo e nervoso. Tornò a fissare l'orizzonte piatto, ma ora il suo sguardo aveva l'urgenza febbrile di chi si sente assediato.

«Vedi?» mi disse, e la voce si fece più profonda, venata di una nostalgia che era già un bisogno viscerale. «La terra ferma si riempie subito di confini, di rumori, di sguardi. Ti rubano il silenzio prima ancora che tu possa capirlo. È per questo che la voglio, adesso più che mai.

Laggiù, in mare aperto, non ci sono recinti. Voglio girare la chiave, sentire il motore che vibra sotto i piedi e guardare la spiaggia che si rimpicciolisce fino a diventare una striscia insignificante. Voglio solo il rumore dello scafo che taglia l'acqua. Immagina la libertà, quella vera: noi tre, il silenzio del largo e i colori di cui parlavamo prima, senza nessuno che ce li rubi.»

Guardò Maggie, che ora lo fissava come se comprendesse ogni singola parola. «E ti giuro che quella rete sarà perfetta,» aggiunse, con una determinazione assoluta negli occhi. «Perché quando saremo là dove il mare è profondo e non si vede la riva, voglio che lei sia libera di correre da poppa a prua. Voglio che metta il muso nel vento, che annusi il profumo del largo in totale sicurezza, mentre io dipingo e tu scrivi. Quella barca non è un capriccio, è la nostra salvezza. Dobbiamo riprenderci il nostro mare.»

Restammo in silenzio, mentre intorno a noi la spiaggia si popolava. Il mare, fuori, continuava il suo eterno monologo senza voce. E in quel pezzo di spiaggia, tra un giornalista che cercava parole e un pittore che creava mondi, l'unica verità assoluta era il respiro calmo di una cagnolina e la promessa di un viaggio ancora da scrivere sulle onde.

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