Sulla sabbia di Pescara: le biglie e le architetture di mare
(un ricordo dedicato al mio “fan” Gennaro Rino Viola)
Le spiagge degli anni Cinquanta non erano foreste di ombrelloni commerciali, ma immensi laboratori a cielo aperto. Il re incontrastato dei giochi dei ragazzi era senza dubbio il calcio: al mare si aspettavano le diciannove quando i bagnini, con il nostro aiuto, ritiravano sdraie (i lettini non c’erano ancora) e ombrelloni e ci lasciavano l’arenile libero per delle accanite partite che, poi, finivano tutte con un tuffo generale in acqua.
Un altro gioco molto apprezzato del bagnasciuga era il circuito delle biglie. Prima di iniziare, si tracciava la pista: un ragazzo veniva trascinato per le gambe sulla sabbia bagnata per scavare il solco iniziale, che poi veniva perfezionato a mano con curve paraboliche, ponti, gallerie e pendenze micidiali. Le prime gare le disputavamo con biglie di creta colorata; erano fragili, si sbeccavano e si rompevano spesso durante gli impatti, costringendoci a continui "cambi tecnici". Poi arrivarono le biglie di plastica dai colori più vivaci e, infine, le indimenticabili biglie trasparenti, leggermente più grandi, che custodivano al loro interno le figurine dei ciclisti famosi: Coppi, Bartali, Magni. Scegliere la biglia significava scegliere il proprio eroe, e ogni colpo dato con il pollice era una volata verso il traguardo.
Poco più in là, i bambini più piccoli si dedicavano alla costruzione di imponenti castelli di sabbia. Era un gioco che univa le generazioni: i genitori si rimboccavano i pantaloni e aiutavano a trasportare i secchielli d'acqua per rendere la sabbia compatta, sformando torri e scavando fossati protettivi in cui far confluire l'onda del bresciano.
In acqua, invece, la sfida diventava una prova di destrezza acrobatica con il gioco del "chiodo". Ci si immergeva dove l'acqua arrivava alle ginocchia e si lanciava in aria un grande chiodo di ferro battuto, facendogli compiere precise rotazioni nel cielo. L'abilità stava nel farlo ricadere perfettamente di punta sul fondale sabbioso, in modo che rimanesse dritto in piedi nonostante il movimento della corrente.
Lo stesso gioco del chiodo veniva fatto sulla sabbia: si liberava un tratto e si scopriva un quadrato dove far ricadere il chiodo lanciato con varie tecniche in alto.
Nelle ore più fresche, la riva si popolava di sfide ai racchettoni o di giochi di logica eseguiti sulla sabbia bagnata. Uno dei più amati era "scoprire i paesi": un ragazzo scriveva la lettera iniziale di una città o di una nazione sconosciuta, tracciando il resto del nome con dei simboli precisi. Le vocali venivano indicate con i segni "più" (+) e le consonanti con i segni "meno" (-). Gli altri, a turno, dovevano indovinare le lettere mancanti, trasformando la spiaggia in una grande lavagna di enigmi geografici.
La vera magia della nostra giovinezza stava nel fatto che il gioco non cominciava quando si scendeva in strada, ma ore prima, nel momento in cui lo si fabbricava. I racchettoni da spiaggia, ad esempio, non venivano comprati nei negozi; si cercavano scarti di legno o compensato nelle officine dei falegnami, si tagliavano a mano con il seghetto e si levigavano con la carta vetrata fino a ottenere la forma desiderata.
Lo stesso valeva per le escursioni in campagna. Prima di partire, ci dedicavamo alla costruzione delle fionde, diventando dei veri maestri artigiani. Sapevamo riconoscere al primo sguardo l'albero giusto: cercavamo i rami d'ulivo che presentavano la perfetta "forcella" a V, resistente e simmetrica. Con un coltellino si scorticava la corteccia, si legavano gli elastici ricavati spesso dalle vecchie camere d'aria delle biciclette e si fissava una toppa di cuoio per contenere i sassi.
In città, il capolavoro dell'ingegneria popolare era il monopattino. Interamente costruito da noi, era fatto di semplici tavole di legno inchiodate a forma di T. Il vero tesoro erano le ruote: andavamo a caccia di vecchi cuscinetti a sfera usati, rimediati dai meccanici o dai ferrotranvieri. Il rumore metallico e sferragliante di quei cuscinetti sull'asfalto o sui marciapiedi era la colonna sonora dei nostri pomeriggi, il richiamo per tutti i ragazzi del quartiere.
Quando la vita si spostava nei vicoli della città, i giochi cambiavano ritmo e si adeguavano ai muri e alla terra battuta. Il sagrato della chiesa o un muro cieco diventavano il teatro del "battamuro" (o battimuro). Il gioco era semplice ma richiedeva una precisione millimetrica: a turno, si lanciava una moneta di poche lire contro il muro. L'obiettivo era far rimbalzare la propria moneta il più vicino possibile a quella dell'avversario. Se la distanza finale rientrava in una misura stabilita in precedenza — spesso la larghezza di un palmo di mano o lo spazio tra il pollice e il mignolo tesi — ci si aggiudicava la moneta dell'altro. Ogni lancio era una questione di millimetri, di vento e di calcolo del rimbalzo sul mattone.
Aggiungevamo a queste sfide un altro classico intramontabile dello spazio urbano: il gioco dei "quattro cantoni", dove bastavano quattro alberi o gli angoli di un palazzo per dare il via a inseguimenti mozzafiato, o il "salto della cavallina", che trasformava i corpi dei compagni in ostacoli da superare con slancio e risate.
Nello spiazzo più grande si giocava a "mazza e cuzze" (noto in altre parti d'Italia come lippa). Gli unici strumenti richiesti erano due pezzi di legno: un bastone lungo circa mezzo metro (la mazza) e un pezzetto di legno più corto, di circa quindici centimetri, appuntito a entrambe le estremità (la cuzze). Il gioco era un misto di baseball e strategia: con la mazza si colpiva colpo secco l'estremità della cuzze per farlo saltare in aria e, mentre era ancora in volo, bisognava colpirlo con forza per scagliarlo il più lontano possibile. Gli avversari dovevano cercare di afferrarlo al volo o, in caso contrario, lanciare la cuzze dalla terra cercando di colpire la mazza poggiata a terra per eliminare il battitore.
Per la verità, tanti erano i giochi creati dalla fantasia dei ragazzi di quell’epoca: palla prigioniera, la cavallina, la trottola, anch’essa costruita personalmente dimostrando una manualità eccezionale. Interessante anche il gioco a “sdazzole”: una sorta indigena di gioco delle bocce ma con pezzi di mattone.
A riguardare oggi quei pomeriggi polverosi e assolati, emerge una verità profonda che il tempo ha reso ancora più nitida. Noi ragazzi degli anni Cinquanta eravamo ricchi senza possedere nulla. Il nostro divertimento non dipendeva da un oggetto pronto, ma dall'atto stesso di crearlo. Costruire un monopattino, sagomare un racchettone o scegliere il ramo d'ulivo perfetto per una fionda significava educare le mani alla materia, costringere la mente a inventare e accendere una fantasia che non conosceva confini. Il gioco era un traguardo conquistato con l'ingegno e la pazienza.
Oggi i ragazzi vivono circondati da balocchi fantastici, tecnologici, interattivi e costosi. Eppure, in questa opulenza di plastica e schermi luminosi, li si vede spesso prigionieri di una noia precoce, incapaci di farsi bastare la realtà, anestetizzati da un divertimento che viene loro somministrato già pronto, senza alcuno sforzo. Hanno tutto, ma hanno perso il potere terapeutico del desiderio. Noi, che non avevamo denaro ma avevamo il mondo, possedevamo la chiave più importante: la capacità di trasformare un chiodo, un pezzo di legno o una moneta contro il muro nella più grande e indimenticabile delle avventure.