IL SANGUE DELL'ADRIATICO: IL SEGRETO DEL PE-4112
La barca non aveva un nome, solo una sigla di vernice bianca mangiata dal sale: PE-4112. Emanuele sentiva il legno del peschereccio vibrare sotto gli stivali, un battito sordo che risaliva lungo le cavie delle gambe fino al petto. Davanti a lui, l’Adriatico non era il mare cartolina delle estati pescaresi, ma una distesa di piombo liquido, densa e oleosa, che rifletteva un cielo color pancia di balena.
Era l’alba di un novembre freddo, quel momento esatto in cui la costa di Pescara scompare alla vista, inghiottita dalla foschia marina, lasciando i pescatori sospesi in un vuoto assoluto.
Emanuele gettò l’ennesimo mozzicone in acqua. A sessant'anni, la sua pelle aveva lo stesso colore e la stessa consistenza del cuoio dei sedili della cabina. Quel giorno, però, c’era qualcosa di diverso nell'aria. Il barometro di bordo era impazzito, la lancetta oscillava nervosa come l’ago di una bussola vicino a un magnete. Eppure, il mare era immobile. Una calma piatta, innaturale, che i vecchi della banchina del fiume Aterno chiamavano "la quiete del lupo".
«Il fango tira, Emanuele. Tira forte», disse Giulio, il mozzo, un ragazzo di vent'anni con gli occhi grandi e le mani ancora troppo tese.
Le reti erano state calate a dodici miglia al largo, sul fondale fangoso dove i merluzzi e le triglie si nascondono nelle correnti fredde. Quando il verricello idraulico cominciò a girare, il motore del PE-4112 emise un gemito acuto, un lamento di ferro che fece tremare i vetri della plancia. I cavi d'acciaio si tesero fino a diventare rigidi come corde di violino, vibrando con un sibilo sinistro. Il mare, attorno alla poppa, cominciò a ribollire di una schiuma giallastra, densa di melma e alghe decomposte.
Il colore cambiò all'improvviso. Non era più il grigio dell'alba, ma un verde marcio, profondo, che sembrava salire dalle viscere del fondale.
«Cosa c'è là sotto?», sussurrò Giulio, facendo un passo indietro.
Emanuele non rispose. Strinse i denti, bloccando la leva del verricello. Il peschereccio si inclinò paurosamente a poppa, l'acqua cominciò a lambire il bordo della murata. Nel silenzio del motore al minimo, si sentì un suono idraulico, un risucchio profondo proveniente dall'abisso. Qualcosa stava trattenendo la rete. O forse, qualcosa stava risalendo insieme a lei.
Dalle maglie bagnate, che emergevano centimetro dopo centimetro, non colava la solita acqua argentea di pesce vivo. Colava un liquido denso, rossastro, come ruggine liquida, che tingeva il mare di una sfumatura sanguigna, spaventosa. L'odore investì la barca come uno schiaffo: non era il salmastro pulito dell'Adriatico, ma l'odore ferroso di un vecchio relitto rimasto a marcire nel buio per un secolo, unito a una fragranza pungente e dolciastra di petrolio antico.
«Tagliamo i cavi! Emanuele, tagliamo tutto!», gridò il ragazzo, afferrando l'accetta d'emergenza.
«Fermo!», ruggì il vecchio. La sua voce era più dura del ferro. Negli occhi di Emanuele si era accesa una luce d'ambra, il riflesso di un ricordo d'infanzia, di quando suo padre gli parlava dei mercantili affondati durante la guerra, carichi di segreti e di destini interrotti proprio davanti alla foce del fiume.
La rete emerse del tutto, oscillando paurosamente sopra il ponte di coperta. Non conteneva pesci. Al centro della cordura strappata c'era una massa informe di metallo corroso, incrostata di denti di cane e madrepore bianche come ossa. Era una vecchia cassa corazzata, squarciata da un lato dal peso del tempo. Ma non era il metallo a terrorizzare Giulio. Era ciò che pendeva da essa: una lunga cima di canapa, sorprendentemente pulita, tesa verso il basso, che continuava a scendere verticalmente nel cuore del mare. La cima si muoveva. Qualcuno, o qualcosa, la stava strattonando dal fondo, tre colpi secchi, ritmici. SDENG. SDENG. SDENG.
Il peschereccio subì un violento scossone in avanti, come se fosse stato agganciato da un'ancora in corsa. La radio di bordo grattò un suono bianco, poi una voce distorta dal fischio delle frequenze corte riempì l'abitacolo della cabina. Non erano parole, era un canto monotono, una nenia in un dialetto pescarese arcaico, lentissimo, che parlava di spiagge di ciottoli e di barche che non tornano.
Emanuele si avvicinò alla massa di ferro. Il colore rosso della ruggine bagnata ora brillava sotto i primi raggi del sole che bucavano le nuvole, un rosso vivo, quasi violento, che contrastava con il blu profondo che il mare stava riacquistando. Con le dita tremanti, sfiorò il metallo incrostato. Tra i mitili, scorse una targa di bronzo risparmiata dal tempo. C'era inciso un nome: Emanuele. Lo stesso nome del peschereccio di suo nonno, scomparso nel nulla durante una tempesta nel 1943.
La cima di canapa si tese allo stremo. Il legno della barca scricchiolò, pronto a cedere. Il mare attorno divenne improvvisamente limpido, di un azzurro cristallino e spettrale, permettendo di vedere, cinquanta metri più in basso, una sagoma scura, gigantesca, che attendeva.
Giulio sollevò l'accetta, gli occhi lucidi di puro terrore, guardando il vecchio in attesa di un ordine. Emanuele guardò il mare, poi la cassa, poi le proprie mani consumate dalla stessa acqua che custodiva quel segreto. Sentì il peso di tre generazioni di marinai che avevano regalato le loro vite a quel tratto di costa, tra la Maiella che vigilava da lontano e l'orizzonte piatto che inghiottiva gli uomini.
«Non tagliare», disse Emanuele, con una calma che sembrava ultraterrena.
Afferrò un coltello da pesca, si avvicinò alla cima tesa che vibrava come un nervo scoperto e, invece di reciderla, vi legò intorno un pesante piombo da rete, insieme a un piccolo ciondolo d'argento che portava al collo: la Madonna del Porto.
Poi, con un colpo netto del braccio, recise il legame tra la cassa e il fondo.
La cima frustò l'aria e sparì nell'azzurro profondo con un sibilo fulmineo, portando con sé il piombo e il ciondolo. Il peschereccio tornò dritto di colpo, rollando dolcemente sulle onde che riprendevano il loro ritmo naturale. La radio si spense con un clic secco. Il silenzio tornò a dominare l'Adriatico.
Il sole era ormai alto, e l'acqua intorno alla barca perse quel rosso sinistro per colorarsi di un verde smeraldo brillante, il tipico colore del mare pescarese quando il vento di terra pulisce l'aria. Emanuele guardò la cassa rimasta sul ponte, ora inoffensiva, un cumulo di ferro vecchio e ricordi restituiti. Voltò la prua verso il porto, dove il profilo della ruota panoramica e dei moli cominciava a delinearsi nella luce dorata del mattino.
«Andiamo a casa, ragazzo», disse il vecchio, e per la prima volta in tutto il giorno, i suoi occhi ritrovarono il colore del mare calmo.