FRA L'INGRATITUDINE DEGLI UOMINI E IL VALORE DELLA PAROLA

Ci sono esistenze che racchiudono in sé l'intera parabola della tragedia classica, dove la caduta non è un semplice accidente, ma una spietata lezione sulla fragilità delle fortune umane. La vicenda di Domenico De Massis, già sindaco di Montesilvano e faro della politica abruzzese, si staglia nella memoria come il monumento a una delle verità più amare dell'animo umano: l'inconsistenza del potere e la ferocia dell'ingratitudine.

Sul piano filosofico, il tradimento subìto da De Massis non è una novità della storia, ma ne è forse una delle manifestazioni più nitide. Machiavelli scriveva che gli uomini dimenticano più in fretta la morte del padre che la perdita del patrimonio; ma dimenticano ancora più velocemente la mano che quel patrimonio glielo ha donato. Quando Domenico sedeva nelle stanze dei bottoni regionali, un suo tratto di penna trasformava la terra: mutava l'argilla dei campi agricoli nell'oro dei suoli edificabili. Coloro che beneficiarono di quei decreti, arricchendosi oltre ogni misura, non legarono a lui un sentimento di gratitudine, bensì di temporanea convenienza.

Il tradimento dei beneficiati risponde a una cinica legge psicologica: l'uomo potente, una volta caduto, diventa uno specchio scomodo per chi ha ricevuto da lui. Aiutare Domenico nella miseria avrebbe significato, per quei nuovi ricchi, ammettere il proprio debito morale. Meglio dunque l'oblio, meglio voltare la testa dall'altra parte mentre l'ex questuante della politica si metteva in fila alla Caritas. Il fallimento del suo matrimonio e la perdita del lussuoso albergo Nacalua non furono solo drammi privati, ma il segnale per i cortigiani di allora che il re era nudo e, perciò, sacrificabile.

Eppure, in quel deserto di affetti e di lealtà dove solo tre figli e pochissimi amici sinceri rimasero a presidiare le macerie, brilla un frammento di pura bellezza, legato alla memoria della parola scritta. Anni prima, nel pieno del suo splendore, Domenico non si era limitato a gestire il cemento o il potere; aveva avvertito il richiamo nobile della cultura. Fu lui a volere, a finanziare e a curare un'opera di assoluto pregio: la storia dello sport in Abruzzo, racchiusa in tre volumi monumentali custoditi in un elegante cofanetto.

Quell'opera, incentrata sulla gloriosa epopea del Pescara calcio, non era solo un tributo alla propria terra, ma un atto di autentico mecenatismo. Chiamando a scrivere chi aveva la penna come unico strumento di vita, Domenico aveva distribuito non favori politici, ma dignità e lavoro, permettendo a un amico scrittore di guadagnare qualche utile e onesto soldino. In quei volumi c'era l'orgoglio di una comunità, l'amore per i colori biancazzurri, il riscatto di una provincia che si faceva storia.

Per questo, l'incontro avvenuto in una mattina che definire straziante è poco, assume i contorni di un dipinto del Caravaggio. L'uomo che aveva reso ricchi gli ingrati e che aveva dato alle stampe la memoria sportiva di una regione, si avvicina barcollante, visibilmente segnato dal declino fisico e materiale, per chiedere pochi spiccioli. Non per fame, ma per quel piccolo vizio delle sigarette che resta l'ultimo rifugio dei vinti.

In quel momento, la memoria del cofanetto sul Pescara calcio si è materializzata tra i due vecchi amici. Chi riceveva non era un mendicante, ma il mecenate di un tempo; chi dava non stava facendo l'elemosina, ma restituiva, con tutto ciò che aveva in tasca, un briciolo di quell'antica dignità ricevuta. La vergogna pudica di non poter dare di più, di non poter riparare i torti di una vita così spietata, resta il sentimento più nobile di quella mattina.

La giustizia degli uomini, lenta e beffarda, gli ha riconosciuto il diritto alla pensione solo a settantatré anni, quando ormai il sipario stava per calare e il corpo era troppo stanco per goderne. Domenico De Massis è morto solo, ma finché ci sarà qualcuno capace di ricordare il valore di quei tre volumi e l'amarezza di quella mattina, la sua storia non sarà scritta nella polvere dei palazzi, ma nel registro dei giusti che hanno conosciuto l'inferno dell'ingratitudine senza perdere la propria intrinseca nobiltà.

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna