IL MARE DI NOTTE NON FA RUMORE
Inchiesta sulla notte d'autunno in cui l'Adriatico
spense le bussole e sfidò i radar della NATO.
Incontri con Bruno Sammaciccia
PESCARA, 15 OTTOBRE 1978 — Se chiedete a un vecchio pescatore del molo nord cos’è il silenzio, vi risponderà che è quello che si sente tre miglia al largo, quando il motore del peschereccio si spegne. Ma il silenzio della notte tra il 14 e il 15 ottobre 1978 è stato un vuoto fisico ed elettromagnetico che la scienza dell'epoca fa ancora fatica a catalogare. Il termometro della banchina segna dodici gradi, mentre l'aria sa di sale e di gasolio. Il Nuovo San Pio, un motopeschereccio in legno di quattordici metri, ha mollato gli ormeggi a mezzanotte passata con a bordo il comandante Tommaso Marino, cinquantadue anni di mare, e suo nipote Sergio, di vent'anni.
Una normale battuta di pesca che, alle 02:40, si trasforma in un caso di studio per la fisica dei plasmi. La prima cosa a morire è stata la radio: il radiotelefono di bordo, un robusto apparato VHF Sailor RT144 a transistor, ha emesso un fruscio secco e si è spento. Scientificamente, non si è trattato di un guasto meccanico, poiché le frequenze marine sono state letteralmente schermate da un fenomeno di ionizzazione dell'aria ad alta densità, un tipico blackout da radiofrequenza indotto. Pochi istanti dopo, il collasso ha colpito la timoneria. La lancetta del contagiri meccanico ha oscillato tre volte fondo scala prima di azzerarsi, mentre il motore diesel si è arrestato bruscamente.
Trattandosi di un propulsore puramente meccanico, privo di centraline elettroniche, lo spegnimento immediato suggerisce un'unica spiegazione fisica: l'esposizione a un campo magnetico di intensità industriale ha generato correnti parassite (correnti di Foucault) così violente nel volano del motore da creare una resistenza meccanica insostenibile, frenando l'albero motore fino al blocco totale. Nella cabina di pilotaggio, Sergio ha assistito al collasso degli strumenti analogici, con la bussola magnetica a liquido e l'ago sospeso in una miscela di acqua e alcol che ha iniziato a ruotare vorticosamente in senso orario a velocità costante, azzerando il magnetismo terrestre.
Subito dopo, una nebbia densa e calda è calata dall'alto; non una foschia marina, ma una condensazione termica satura di ozono, l'odore tipico delle scariche elettrostatiche ad alto voltaggio. A circa cento metri dalla prua, una massa luminosa di colore verde fosforico è emersa dall'acqua senza generare risacca o moto ondoso.
Il fenomeno, descritto dai testimoni come un globo di plasma condensato del diametro di circa trenta metri, è rimasto sospeso a dieci metri dal pelo dell'acqua. L'aria circostante ha subìto un immediato innalzamento termico, sollevando i peli dei marinai per via dell'altissima carica elettrostatica ambientale. Dopo ottantaquattro secondi, la massa ha accelerato verso l'alto con una traiettoria a "Z", eseguendo variazioni angolari ad angolo retto impossibili per l'aerodinamica convenzionale.
Mentre il globo spariva verso la ex Jugoslavia e la nebbia si dissolveva istantaneamente, la rete di difesa aerea della NATO registrava l'anomalia. I radar di ricerca bidimensionali AN/FPS-8 della vicina stazione dell'Aeronautica Militare hanno tracciato a lungo una eco anomala - tecnicamente catalogata come Angel Echo (angelo radar) - in movimento alla velocità ipersonica di 3.000 nodi (circa Mach 4.5), ma in totale assenza di boato sonico (sonic boom). Si tratta di un dato che avvalora l'ipotesi di un corpo energetico privo di massa solida o protetto da un campo di vuoto pneumatico.
Rientrato in porto alle 04:15, il Nuovo San Pio è stato isolato dalle autorità. Le relazioni della Capitaneria di Porto hanno incrociato i dati con il mercantile Velia, che a dodici miglia da Ortona ha denunciato il medesimo blocco dei motori alla stessa ora, e con i rapporti di tre pattuglie dei Carabinieri in servizio sulla Nazionale Adriatica.
Eppure, mentre i canali ufficiali si muovevano con cautela burocratica, nelle redazioni dei giornali locali e tra i tavoli dei caffè di Pescara circolava un'ombra ben più fitta: quella del professor Bruno Sammaciccia, di Montesilvano, l’uomo che amava il verde e odiava il giallo, e del suo nucleo segreto. Bruno Sammaciccia viveva in una splendida villa con parco, con all’interno una cappella realizzata con la pietra rosa di Assisi, poi venduta a Vincenzo Marinelli (con l’impegno precisato nel contratto di vendita di mantenere la cappella) e ora del genero Estiarte.
Proprio in quel finire di 1978, sussurri sempre più insistenti legavano il picco di avvistamenti nell'Adriatico alle rivelazioni del professore, leader carismatico di un gruppo convinto di mantenere contatti telematici e fisici diretti con una fazione di extraterrestri, i cosiddetti W56, presumibilmente insediati in una gigantesca base sotterranea tra il Gran Sasso e i fondali marini pescaresi.
Per motivi giornalistici fui spesso invitato in villa a delle cene splendidamente preparate da Gianni Cati ed ebbi tante occasioni per cercare di capire il “movimento” messo su da Sammaciccia, e il risultato fu che si trattava di un grande bluff e, quando lui capì, che avevo compreso tutto, continuò a vedermi ma non parlò più di extraterrestri. Si parlava di religioni di libri sui santi che lui scriveva e vendeva attraverso i canali ecclesiastici.
Per gli scettici si trattava solo di una clamorosa suggestione collettiva d'autunno, ma l'incrocio temporale tra le anomalie fisiche e il tramonto di quella presunta "alleanza planetaria" - che secondo le cronache successive del Caso Amicizia si sarebbe interrotta proprio nel novembre del 1978 - gettava una luce inquietante sul blackout del porto.
Le prove più schiaccianti sono arrivate dai laboratori d'officina nei giorni successivi. L'ago della bussola del Nuovo San Pio è risultato completamente smagnetizzato, con un'alterazione irreversibile del ciclo di isteresi del metallo, riproducibile solo attraverso un processo forzato di riduzione del campo magnetico residuo da un oggetto. Inoltre, un esame metallurgico sul verricello di prua ha evidenziato micro-fusioni localizzate nelle giunzioni dei cavi di rame, segno del passaggio di correnti indotte dall'esterno ad altissimo potenziale.
Nei giorni successivi, la reazione dei pescaresi ha oscillato violentemente tra la psicosi collettiva e lo scetticismo ironico da bar della riviera: mentre i pescatori più anziani si rifiutavano di prendere il largo di notte senza doppie bussole e immagini sacre nella cabina, le spiagge si riempivano la sera di curiosi e giovani muniti di binocoli e macchine fotografiche, pronti a cogliere il prossimo lampo verde sul pelo dell'acqua. Tra la paura concreta di un incidente militare segreto alle porte di casa e il fascino per i dossier occulti del professor Sammaciccia, Pescara si è riscoperta per mesi epicentro di un'ossessione collettiva che ha cambiato per sempre il modo di guardare l'orizzonte. A distanza di anni, i faldoni ufficiali parlano ancora di "fenomeni luminosi non identificati", ma la precisione millimetrica dei guasti elettromeccanici dimostra che quella notte, nel cielo di Pescara, la fisica terrestre ha temporaneamente riscritto le sue leggi, lasciando la città per sempre in bilico tra il rigore della difesa aerea e il grande mistero racchiuso nel profondo dell'Adriatico.