IL TEMPO SOSPESO DEL FLORIDA
La memoria ha il passo dei fantasmi: rimane nell'ombra per decenni, poi basta una parola a farla divampare. Per me, quella parola è stata il vecchio Florida, il tempio della nostra giovinezza pescarese negli anni Settanta. Me ne ha parlato Vittorio Di Boscio, accendendo un progetto di rinascita, e una diga è crollata. Sono riprecipitato nel 1970. Ero un giovane giornalista appena rientrato da un servizio all’estero, affamato di casa.
La sera del sabato, il richiamo della musica fu inevitabile.
Il locale era un mare di fumo, risate e coppie in movimento. Eppure, nel frastuono, la vidi. Era seduta in disparte, un’isola di silenzio e bellezza malinconica. Mi sembrò un paradosso vivente: com’era possibile che una simile creatura fosse sola? La invitai a ballare. Quando mi tese la mano, sentii un brivido sottile.
Si chiamava Eleonora. Ballare con lei era un'esperienza quasi aerea; si muoveva con la grazia fluida di una ballerina classica, il corpo leggero che assecondava il mio come se non toccasse il pavimento, ma galleggiasse sul ritmo dell'orchestra.
A fine serata, l'accompagnai sulla mia auto. Prima di svoltare nella sua via, mi chiese di fermarmi: "I miei non devono vedermi scendere da una macchina sconosciuta", sussurrò con un sorriso timido. Ci promettemmo il mare, l'indomani alle sedici. Quando scesi per rientrare in casa, sul sedile del passeggero notai una sciarpa di lana, bellissima, intrecciata ai ferri. La baciai, custode di un profumo.
Il giorno dopo, la spiaggia era una distesa d'oro e di vento. Eleonora era lì. Parlava con dolcezza, ma i suoi occhi erano rapiti dall'orizzonte azzurro. Amava il mare di un amore viscerale, assoluto. Passammo ore fuori dal tempo. Dopo una cena a lume di candela nello stabilimento, la riaccompagnai. Nel buio dell'abitacolo ci scambiammo le effusioni pulite del colpo di fulmine. La vidi varcare un portone di pietra e sparire. La sciarpa rimase di nuovo lì. Pensai a un pegno d'amore.
Poi, il vuoto.
Eleonora scomparve. Non era al mare, non era al Florida. Nessuno la conosceva. Accecato dall'ossessione, tornai a quel portone di pietra. Bussai. Mi aprì una donna di mezz'età che custodiva nei lineamenti la stessa identica grazia. Era sua madre. Le spiegai del nostro incontro, allungando la mano per restituire la sciarpa.
La donna guardò il tessuto e il sangue le defluì dal volto. Sbiancò, vacillò. La sorressi, la feci sedere nell'ingresso. Quando parlò, la sua voce era un filo di terrore e dolore infinito:
"Come fa ad avere questa sciarpa? L'ho fatta io, con queste mani. Gliel'ho messa sulle spalle tre anni fa, prima di chiudere la bara, dopo che un incidente stradale me l'ha portata via..."
Il mondo si capovolse. Eleonora era morta da tre anni. Eppure, una settimana prima, aveva ballato con me. Gli amici confermarono la tragedia; un sacerdote mi offrì solo inutili parole di circostanza. Sopraffatto da un mistero troppo grande per la mia mente di cronista, presi un volo e tornai al mio lavoro a Londra.
Ho cercato di dimenticare. Ma come si dimentica l'impossibile?
Oggi, mentre Vittorio progetta di far risorgere il Florida, io sento ancora il calore di quella mano. Quella sciarpa era di vera lana. Ma lei apparteneva alla terra. Forse, semplicemente, ci sono anime che amano così tanto il mare di Pescara da chiedere alla morte il permesso per un ultimo sabato sera.