LA LUCE DELLA PIETRA, IL RESPIRO DELL'ACQUA

(con Domenico Di Matteo - foto Emidio Creati)

G: Domenico, osservo questi tuoi ultimi lavori. C’è un filo invisibile ma potentissimo che unisce i tuoi soggetti: la verticalità severa dei borghi d’Abruzzo, il calcolo divino dei rosoni e l’orizzontalità assoluta del mare. Non sono solo paesaggi; sono stazioni di una geografia dell'anima. Se l’arte ha il compito di migliorare la vita, qui compie un miracolo ulteriore: trasforma la pietra locale e l’acqua salata in pura metafisica.

Domenico: Vedi, amico mio, dipingere un borgo arroccato non significa fare del vedutismo. Significa indagare la resistenza. Ignazio Silone scriveva che in Abruzzo la sofferenza ha una dignità antica, che "il destino degli uomini è impresso nella pietra delle loro case". Quelle case di pietra, aggrappate alla roccia, raccontano la fatica e la persistenza. L’acquerello qui deve farsi paradosso: deve dare il senso della gravità della pietra usando la massima leggerezza del pigmento. L'arte migliora la vita perché ci ricorda che anche l'esistenza più aspra, se toccata dalla luce giusta, possiede una dignità monumentale.

G: Questo legame tra la materia e l'assoluto si fa ancora più stringente quando il tuo pennello incontra i rosoni di chiese come Collemaggio o San Giovanni in Venere. Il rosone è il punto in cui la pietra si fa preghiera, un mandala occidentale che ordina il caos attraverso la simmetria. Nella tua pittura, l'acqua penetra quegli intagli geometrici, ammorbidisce il rigore del calcolo e lo trasforma in un'epifania di pura luce. C'è un'unione spirituale profonda in questo: l'arte che si fa tramite tra l'umano e il divino.

Domenico: Il rosone è l'occhio della pietra che guarda l'eterno. Quando lo dipingo, cerco di catturare non la precisione del compasso, ma il silenzio che vi abita dentro. C'è una sacralità universale nell'arte: la geometria sacra ci dice che nel cosmo c’è un ordine, che non siamo polvere nel vento. Nel dialogo tra l'ombra dell'intaglio e il bianco del foglio risparmiato dal colore si gioca la stessa dinamica della fede: intravedere la pienezza attraverso l'invisibile.

G: E poi c'è il mare, il tema che ci unisce nell'intimità di questo dialogo. Di fronte alle tue marine, torna alla mente il verso di Gabriele D'Annunzio nel Trionfo della morte: "Il mare Adriatico, verde come i pascoli dei monti, andava a perdersi nell'infinito del cielo". Nei tuoi acquerelli, questo legame ancestrale tra la terra alta e la distesa liquida si compie. L'orizzonte adriatico diventa una soglia fluida dove il pigmento si diluisce fino a perdersi, ricordandoci che i confini dell'io sono illusori. Qui l'elegia guarisce la nostra solitudine interiore.

Domenico: Il mare è l'origine e la fine di ogni stesura. Dipingere il mare con l'acquerello è un atto di sottomissione e di comunione: usi l'acqua per evocare l'acqua. Sulla carta, la linea dove il cielo bacia il mare è il punto esatto in cui la materia sfuma nell'infinito. Ed è proprio lì, in quel preciso confine spirituale, che l'arte compie la sua promessa più alta: non ci rende la vita più facile, ma la rende immensamente più vasta.

A Domenico di Matteo, per la sua arte dell’acqua e della memoria.

La pittura di Domenico non cerca il consenso dell'artificio né la rassicurazione della linea definita. Il suo merito risiede nella rara capacità di sottrarre il superfluo alla realtà per restituircene la vibrazione più intima. Attraverso l'acquerello — tecnica che esige un rigore assoluto celato sotto l'apparenza della spontaneità — egli compie un'operazione di profonda onestà intellettuale: non forza la natura dell'Abruzzo dentro un canone predefinito, ma ne asseconda il respiro, lasciando che la pietra dei borghi e l'infinito del mare trovino la propria voce nella trasparenza del colore. Questa non è celebrazione estetica, è l’autentica funzione dell’arte: rendere visibile la poesia nascosta nelle pieghe del tempo.

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