IL MECENATE DI PACE NEL CALCIO DEI LESTOFANTI

Bologna '77, l'esilio dorato e la profezia di Armando Caldora: quando il Pescara conquistò la Serie A e perse il suo Presidente.

Ci sono pomeriggi in cui la storia decide di farsi beffa dei suoi stessi eroi. Era il 3 luglio del 1977. Sul prato dello Stadio Comunale di Bologna la nebbia dell’inverno padano era solo un ricordo, sostituita dal sole torrido di un’estate che, in Abruzzo, non sarebbe mai più finita. Il Pescara, battendo il Cagliari, conquistava la sua prima, storica, miracolosa promozione in Serie A. Una città intera impazziva di gioia, un popolo sbarcava nella massima serie. Eppure, nei corridoi d'onore dello stadio felsineo, mentre i tappi di champagne saltavano, si consumava il più classico dei delitti politici del calcio d'altri tempi.

Armando Caldora, l'uomo del miracolo, il costruttore prestato al pallone che aveva edificato quel sogno mattone dopo mattone, veniva "fatto fuori". Dietro le quinte, il potere locale e nazionale sussurrava la sentenza: "Non possiamo avere come presidente uno come lui. Buono per fare scena con i tifosi, ma non può rappresentarci a livello nazionale". La poltrona del primo anno di massima serie sarebbe andata, di lì a poco, ad Attilio Taraborrelli.

Incontrai Caldora poco tempo dopo quel traumatico commiato. Aveva gli occhi di chi ha visto il mare in tempesta ma sceglie la quiete del porto. Mi fissò a lungo, con quella dignità fiera dei capitani d'industria abruzzesi.

Presidente Caldora, a Bologna si è compiuto il capolavoro. Ma quella stessa notte l'hanno spodestata. Il Palazzo l'ha giudicata "troppo tifoso" e troppo poco "uomo da salotto". C'è dell'amarezza?

«So delle tue esperienze giornalistiche internazionali, caro mio, e conosco la tua profonda conoscenza del mondo del calcio. So dove vuoi arrivare. Ma io non sono per la guerra. La guerra porta solo altra guerra, ed io sono un uomo di pace. Ho fatto il mio dovere, ho reso felici i tifosi della mia città. Tanto mi basta. Il resto lo lascio alle miserie di chi pensa che una cravatta di seta a San Siro valga più dell'abbraccio di un intero popolo.»

È una risposta da filosofo, quasi insolita in un mondo cinico come quello del pallone. Eppure, la sua gestione è sempre stata fuori dagli schemi. Mi torna in mente quel pomeriggio a Cosenza: il Pescara perde, l'ambiente è elettrico, i giocatori nello spogliatoio tremano aspettando la sua ramanzina. Lei entra e fa l'impensabile.

«(Sorride, ndr) Ricordo bene. Si aspettavano le urla, i tagli di stipendio, i silenzi punitivi. Entrai, li guardai in faccia e mi congratulai. Dissi loro: "Avete lottato. Gli avversari oggi erano più forti, capita. Vi rifarete subito da domenica prossima". Non solo non li punii, ma confermai il premio partita che avevo promesso in caso di vittoria. Lo assegnai ugualmente, per l'impegno dimostrato. Il calciatore è un uomo, non una macchina. Se dai fiducia all'uomo nei momenti di caduta, l'atleta ti ripagherà con gli interessi. Infatti, la domenica successiva vincemmo.»

Questo era il calcio dei mecenati. Ma guardiamo avanti. Questa promozione in Serie A cambierà per sempre il volto del calcio pescarese. Sarà l'inizio di una crescita strutturale o un fuoco di paglia?

«Vedi, fin quando ci saranno dei mecenati come me, capaci di impegnare la passione e il proprio patrimonio personale per il bene del club, il futuro sarà roseo. Ma io conosco già abbastanza questo ambiente, e purtroppo so leggerne i segnali. Posso anticiparti una cosa, e spero di sbagliarmi, ma temo che il tempo mi darà ragione: questo calcio cambierà pelle. Cadrà nelle mani di lestofanti.»

Parole forti, Presidente. In che senso?

«Lestofanti abili. Uomini capaci solo di aumentare i loro tesoretti personali, di fare speculazione a discapito della passione della gente. I tifosi non saranno più il cuore pulsante della squadra, ma verranno sfruttati e considerati come semplici clienti da spremere. Finirà l'era del sentimento ed inizierà quella del cinismo finanziario. Io, in quel calcio lì, non saprei proprio cosa fare.»

Ci lasciammo così, con quel presagio che oggi, a distanza di anni, risuona nelle domeniche spezzettate dalle pay-tv e negli stadi trasformati in centri commerciali, come una spaventosa verità. Armando Caldora è uscito di scena senza fare rumore, fedele al suo patto di pace. Ha preferito lasciare agli altri le poltrone della Serie A, tenendosi per sé la cosa più preziosa: la gratitudine eterna di una città che, grazie a lui, aveva toccato il cielo con un dito.

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