IL DESERTO DEI CAFFÈ STORICI
Se Ennio Flaiano avesse potuto estendere lo sguardo oltre gli anni Cinquanta, oltre quella provincia sonnacchiosa e malinconica che fotografò nel capolavoro cinematografico di Federico Fellini, avrebbe trovato una Pescara radicalmente mutata [Strada dei Parchi]. Dal 1960 in poi, il boom economico e la metamorfosi urbana non hanno cancellato il gene del "vitellonismo", ma lo hanno traghettato verso un’epopea dorata, fatta di lusso esibito, stravaganze balneari e una profonda, talvolta cinica, leggerezza. Quella che per Flaiano era l’irrisolutezza dei giovani di provincia, dagli anni Sessanta in avanti si trasforma nel palcoscenico della Pescara "vip", un microcosmo dove la spensieratezza si è fatta status social-mondano.
Mentre lo "struscio" istituzionale di Corso Umberto veniva progressivamente abbandonato alla generazione precedente – confinata nei club privati a dilapidare intere pensioni tra tavoli da gioco e fumi di sigaretta – la gioventù d'oro pescarese inventava una nuova geografia del piacere. La mappa del divertimento si spostava lungo la Riviera, tra le sale del Circolo Bridge, le serate del Florida e, soprattutto, l'arena dello stabilimento Eriberto.
IL TEATRO DI ERIBERTO: CALCIO, TENNIS E PIATTI VOLANTI
Eriberto non era un semplice balneatore; era un impresario della notte e del costume, dotato di una fantasia gestionale d’avanguardia. Suo fu il merito di intuire i tempi, costruendo un campo da tennis sulla spiaggia prima di chiunque altro. Su quella terra battuta a due passi dall'Adriatico si sono consumati drammi epici e comicità purissima. Si ricordano le sfide con Vincenzo Marinelli – ribattezzato da tutti "Due Palle" per la sua personalissima interpretazione delle linee di fondo, capace di chiamare regolarmente "fuori" ogni palla avversaria che cadeva dieci centimetri dentro il proprio campo. O ancora, la celeberrima finale tra Vittorio Di Boscio e Tonino D’Onofrio: una pagina di memorabile folklore locale conclusasi con il Di Boscio che, sconfitto e indispettito, arraffò la coppa del vincitore scappando via senza salutare nessuno, custodendola ancora oggi come un personale trofeo.
Ma il locale era anche un ring domestico e societario. Restano esaltanti, nella memoria collettiva, le furiose liti tra Eriberto e sua moglie, con veri e propri lanci di piatti che volavano direttamente dalla cucina alla sala da pranzo, sotto gli occhi divertiti di una clientela d'élite. Tra quei tavoli e il ristorante Thomas, le serate scorrevano intense, animate dalla presenza fissa di Gianni Galeone e dai calciatori più in vista del Pescara, simboli di un'alleanza inscindibile tra sport, mondanità e spensieratezza.
I SIGNORI DEL BRIVIDO E LA DOLCE VITA ADRIATICA
I veri "vip" della città non conoscevano confini. C’era chi puntava i casinò internazionali, incarnato da figure leggendarie come Gino Pilota, l’uomo Benetton. Personaggio di un’audacia d'altri tempi, Pilota fu capace di sbancare diverse sale da gioco prima di incappare nella classica "serata no" in cui perse tutto. Lo stile del personaggio si vide anche nel declino: rifiutatosi di pagare adducendo presunte irregolarità del banco, finì bandito da tutte le sale da gioco del jet-set mondiale.
Per chi restava a latitudini locali, la felicità era più liquida: le barche salpavano dal porto dirette verso le coste della Croazia, oppure si trasformavano in resort galleggianti ormeggiati in banchina, tra spaghettate alle cozze, fiumi di liquori e divertimenti "vari" che prolungavano la notte fino all'alba. Il centro del passatempo notturno era da Eriberto dove si poteva mangiare bene e giocare combattutissime partite di tennis Tra i tanti personaggi ricordo Valerio Santilli e sua moglie Gianna che avevano una boutique di sport ed un clan con i vari Raffaele D’Annibale, Ciccio Diomede, Mario Mancini e tanti altri che erano una specie di corte chiusa in cui era difficile entrare. Organizzavano feste nella loro villa di campagna oppure da Eriberto. Tra questi VIP ricordo anche Erminio Di Tommaso che aveva un negozio di sport molto importante e fidelizzato. Aveva idee sempre all’avanguardia e per un periodo tenne aperto un night dove ospitava i suoi amici tra i quali Giuseppe De Cecco che divenne presidente del Pescara, e anche Peppe aveva la sua personale corte tra i quali Mauro D’Aprile e Adriano Lapi che frequentò la mia radio e di notte aveva una sua rubrica che ebbe gran successo e dalla quale gli derivò il “titolo” di professore che gli restò per tutta la vita. Tra i ragazzi della radio ricordo Mario Probi che da conduttore radiofonico divenne sacerdote ed ora è cappellano presso l’Ospedale Civile di Pescara; il giovane disc jockey Domenico Di Matteo diventato, negli anni, un celebre acquarellista.
I locali frequentati dai giovani del tempo erano il Papier Mais (nei locali dell’Esplanade)Il Play Club
LA GALASSIA DEGLI "ULTIMI ROMANTICI" E DELLE MACCHIETTE URBANE
La vera forza della Pescara post-1960 risiedeva però nella sua capacità di accogliere e integrare le sue eccentricità. La città era una commedia umana a cielo aperto.
Ricordo i comizi dell’avvocato D’Amico dell’UNSIPO, ero all’Aquila dove curvo la redazione sportiva del Messaggero e vidi una ressa di persone che aspettava di entrare, a pagamento, nel Cinema Massimo, per ascoltare D’Amico. Celebre la sua frase a chi rispondeva al suo desideri di vedere corso Umberto con alberi da frutta e li elencava... uno del pubblico gridò “E le banane” “Quelle per tua sorella” rispose imperterrito D’Amico. C'era La Vipera, uno dei primi omosessuali dichiarati della città, che sapeva imporre la propria presenza con un comportamento così signorile, riservato e dignitoso da guadagnarsi il rispetto e l'apprezzamento dell'intera comunità.
Sulla battigia si muoveva invece il Puntatore, instancabile camminatore che macinava chilometri sulla sabbia alla ricerca di una ragazza piacente da fissare immobile, creando non pochi disagi alle malcapitate. Un uomo che, in un singolare contrappasso esistenziale, negli anni avrebbe "incontrato Gesù", finendo per trascorrere i suoi giorni a pregare tra le chiese di Sant’Antonio e del Sacro Cuore.
E infine Roberto, l'ultimo romantico, figura sospesa tra il Lido, il bar Cacique e i due grandi colossi della somministrazione pescarese: Camplone e Berardo. Il suo mestiere era offrire fiori e frasi gentili alle signore. Di lui si ricorda il corteggiamento di una giovane turista tedesca, non bellissima ma affascinante, decisa a portarlo con sé in Germania dopo pomeriggi roventi passati al largo su un moscone. Ma Roberto, da autentico vitellone flaianeo, scelse di non partire: scelse di restare nel suo mondo, conscio che fuori da Pescara il suo incantesimo si sarebbe spezzato.
IL DESERTO DEI CAFFÈ STORICI: BANCHE E VETRINE A TEMPO
Oggi, l'angolo tra Corso Umberto e la Riviera, che per decenni ha ospitato i salotti a cielo aperto di Berardo e Camplone, fotografa impietosamente il crollo di quell'epopea. Erano i templi della socialità, i luoghi dove Flaiano sedeva per osservare il passaggio e dove si incrociavano i destini di quella gioventù dorata. La loro chiusura definitiva segna il passaggio da una città fondata sulle relazioni a una Pescara dominata dal freddo pragmatismo economico e dalla transitorietà commerciale.
Ricordo il ristorante Duilio, in viale dei pini, che offriva una cucina di grande livello e se qualcuno aveva da ridire sulle porzioni minime diceva: “Da me si gustano i piatti se ti vuoi abbuffare, vai a mangiare ai colli.”.
Laddove un tempo si discuteva di letteratura, di politica o delle ultime tattiche di Galeone davanti a un aperitivo, l'architettura urbana ha imposto nuove priorità. Al posto di Berardo è sorto uno sportello bancario, trasformando i tavoli del dibattito in uffici per il disbrigo di pratiche finanziarie. Dall'altra parte, gli spazi di Camplone sono stati frammentati in una girandola di attività commerciali varie; insegne precarie che cambiano pelle con il passare delle stagioni, incapaci di mettere radici o di generare una vera identità urbana. Un altro locale di riferimento Lo stivalino, il Bar Lucchi, il Pic Nic di Vittorio punto di ritrovo dei giocatori di rugby della squadra pescarese.
L’OGGI: LA FINE DELL'UMANITÀ E LA MOVIDA DEL VUOTO
Con la scomparsa di questi storici custodi del costume, la Pescara contemporanea appare definitivamente sbiadita, quasi fossimo davanti ai titoli di coda di una sceneggiatura mai completata. I rapporti umani si sono allentati, sostituiti da un ritmo frenetico centrato sul lavoro. Chi possiede i mezzi oggi non li ostenta più in Riviera; preferisce fuggire e consumare il proprio benessere altrove, lontano dagli sguardi provinciali.
Il "vitellonismo" odierno ha perso la sua carica vitale, l'estro, la bonomia e l'ironia dei Di Boscio o dei Pilota. I giovani disoccupati di oggi si muovono in un contesto standardizzato e orfano di punti di riferimento, bighellonando rassegnati tra le vie della movida. È un vagabondare che rinuncia a pensare a un futuro sempre più precario e complesso. Ieri si sognava la Croazia in barca o si rubavano coppe per orgoglio; oggi il disincanto si affoga in ricche bevute di liquori e sostanze varie, in un'illusione di benessere sostenuta ieri dal reddito di cittadinanza e oggi, più prosaicamente, dalla "borsetta di mammà". La commedia pescarese ha smarrito i suoi protagonisti ed è diventata un dramma silenzioso.