Caro papà,
se chiudo gli occhi, sento ancora l’aria densa e salata di quelle lunghe estati tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Quattro mesi all’anno passati con te sulla spiaggia di Pescara, dove il tempo sembrava misurato solo dal ritmo delle onde. Eppure, proprio mentre guardavo le tue mani muoversi tra gli acidi di sviluppo e le pellicole della tua bottega, la mia mente viaggiava verso un altro tempo, quello in cui la storia aveva tentato di spezzarti. Mi tornava in mente il ragazzo degli anni Trenta, l'ufficiale di marina fiero che il regime aveva voluto confinare proprio qui, in Abruzzo, costringendoti a trasformare la tua passione per la fotografia nel pane quotidiano. Ma quel confino si era rivelato un paradosso: lo spazio ristretto della tua bottega era diventato un centro del mondo. Ricordo il profumo di fumo e di carta stampata che accoglieva quella corte spontanea di giovani universitari e appassionati di politica. Pendevano dalle tue labbra, papà, perché la tua cultura e la tua personalità sapevano abbattere ogni muro invisibile.
Io crescevo in quel mare, affascinato dal tuo mondo, e spesso ti chiedevo di insegnarmi a usare l'obiettivo. Tu però mi guardavi, serio e affettuoso, e mi regalavi quel tuo tormentone che ancora mi risuona in testa: «Studia, studia, studia e se ti avanza del tempo studia ancora». Mi lanciavi le parole di Antonio Gramsci come un salvagente per il futuro. Sapevi, con la lucidità di chi aveva pagato caro le proprie idee, che venendo da un’estrazione modesta la conoscenza era la mia unica e vera possibilità di riscatto. Quella profezia si avverò presto: appena preso il diploma, mi ritrovai addosso il marchio di "figlio di un comunista". Ricordo ancora l'amarezza di quei primi tentativi di trovare un impiego nelle amministrazioni pubbliche, tutti finiti in un desolante buco nell'acqua, porte chiuse in faccia per un cognome che pesava.
Ma i tuoi insegnamenti avevano già messo radici profonde nel mio carattere. Forte della mia passione per lo sport e per lo scrivere, nel 1961 – l'anno in cui tutto cambiò e in cui mi sposai – firmai il mio primo contratto da giornalista sportivo. L'editore fu categorico: «Non dovrai mai scrivere di politica». Accettai senza rabbia, perché ormai possedevo la tua lezione più grande, quella che mi avrebbe guidato tra gli alti e bassi dei decenni successivi: saper vivere con il poco senza mai abbattersi, e con il molto senza mai esaltarsi.
Mentre io imparavo a navigare la mia vita, tu continuavi a guardare il mondo con la stessa onestà intellettuale di sempre. Tu, che avevi firmato la tua prima tessera nella Livorno del 1921, non hai mai tradito la fede comunista degli inizi. Eppure, ricordo la svolta nei nostri dialoghi a partire dal 1958, quando l'eco dolorosa dei fatti d'Ungheria entrò nelle nostre conversazioni. Cominciasti a fare dei distinguo necessari, lucidi, umani. Mi accorgevo, anno dopo anno, che i "sinistri" che si avvicendavano verso gli anni Settanta parlavano ormai una lingua burocratica e ideologica che non era più la tua, priva di quell'umanesimo profondo per cui avevi sacrificato la giovinezza.
Sei volato in cielo nel 1971, lasciandomi in eredità il dono più sacro che un uomo possa ricevere: la mia stessa libertà. Solo col tempo ho capito fino in fondo la bellezza di quella risposta che davi a mamma quando ti chiedeva di essere più severo con me: «Amo talmente la mia libertà che non posso in alcun modo soffocare quella di mio figlio. Gli parlo, analizzo con lui le varie situazioni, ma poi sarà e deve essere lui a decidere, prendendosene le responsabilità». Mi hai lasciato sorprendentemente libero anche nelle scelte più grandi, educandomi non all'obbedienza, ma alla responsabilità.
Per questo, papà, oggi non riesco a dire che mi manchi. Sarebbe un errore, perché non te ne sei mai andato. Confesso che ogni giorno ti sento camminare al mio fianco, come su quella spiaggia di Pescara. Quando la vita mi mette davanti a un problema complesso, sento la tua presenza discreta che mi aiuta a guardarlo da ogni lato, per poi lasciarmi decidere da uomo libero, esattamente come mi hai insegnato a fare.
Grazie, papà, mio grande maestro di vita e custode dei miei passi.
Con tutto l'amore di sempre,
Gianni