LA FAVOLA DEL FIUME AZZURRO E DELLE DUE ANIME CITTADINE (1927 - 2027)

C’era una volta, e c’è ancora, una striscia di sabbia dorata dove l’Adriatico baciava un fiume antico, un confine d'acqua che per secoli aveva diviso due anime sorelle ma rivali: la colta Castellammare, distesa tra i villini Liberty e le carezze delle onde a nord, e l'orgogliosa Pescara a sud, racchiusa nelle vecchie mura borboniche, fiera, terragna e popolata da pescatori dalle mani di sale. In quel freddo gennaio del 1927, un incantesimo politico e letterario cambiò per sempre la geografia del loro destino quando Gabriele D'Annunzio volle fondere le due sponde in un’unica, grande promessa, consacrando quel canto «dell'antico sangue... a tutta la mia gente fra la montagna e il mare», e fu proprio in quel momento che i pescaresi iniziarono a crescere, imparando a camminare insieme sul filo teso di una nuova identità.

Questo popolo, nato dall’abbraccio tra i flutti e le vette della Majella, è cresciuto nutrendosi della doppia anima dei suoi luoghi: ha ereditato la pazienza infinita dei marinai che sanno aspettare la bonaccia e la fierezza ostinata della gente di collina, mescolando la salsedine ai sogni.

Quando il cielo si fece nero nel 1943 e i draghi d'acciaio della guerra ridussero la città a un cumulo di silenzi e macerie, i pescaresi non si lasciarono sconfiggere; trovarono nella loro terra quella che il Poeta definiva «una corazza, un pezzo d'armatura», e con una foga d'amore quasi commovente ricostruirono ogni singola pietra, trasformando il dolore in una corsa disperata verso il futuro.

Generazione dopo generazione, i figli di questa costa sono venuti su con il passo rapido di chi abita una città che non dorme mai, trovando i propri punti di riferimento nei luoghi dell'anima che scandivano le stagioni: sono cresciuti correndo tra i sentieri ombrosi della Pineta Dannunziana, dove il profumo dei pini d'Aleppo si fondeva con i primi amori estivi, e si sono fatti adulti tra le voci accoglienti e i profumi autentici del Mercato Muzii, cuore pulsante della vita quotidiana e della genuinità locale.

Sono diventati audaci, pragmatici, commercianti di speranze e artigiani del benessere, abituandosi a darsi appuntamento all'ombra dei palazzi moderni di Piazza Salotto, il grande palcoscenico cittadino dove guardare e farsi guardare, capaci di osservare il mondo con quell'ironia sottile e disincantata che Ennio Flaiano – nato qui quasi per caso – avrebbe riassunto nel ritratto di chi tiene «i piedi fortemente poggiati sulle nuvole».

Sono cresciuti così, i pescaresi in questi cento anni: imparando a non prendersi mai troppo sul serio per non farsi spezzare dalle tempeste, camminando lungo quel Corso Umberto che unisce la ferrovia al mare, accogliendo i forestieri con la naturalezza della risacca che riceve i fiumi, e scoprendo che la loro vera forza stava proprio nel saper mescolare la poesia della nostalgia alla frenesia del domani.

Oggi che il Ponte del Mare disegna una carezza bianca nel cielo e unisce i passi dei sognatori proprio dove i nonni tiravano le reti, e la sagoma della Nave di Cascella sorveglia la spiaggia come un monumento ai desideri, Pescara si appresta a spegnere le sue prime cento candeline nel 2027 come una splendida creatura moderna che non ha mai smesso di desiderare l'orizzonte, mentre i suoi abitanti continuano a camminare sul lungomare, custodendo nel cuore l'orgoglio passionale di D'Annunzio e la saggia leggerezza di Flaiano, eternamente sospesi tra il profumo del caffè, il rumore della risacca e la magia invisibile di un'estate che non vuole finire mai.

Questa foga di emergere e di stupire si è riversata per decenni nell'arena della passione sportiva, dove Pescara ha saputo scalare le vette del mondo, scrivendo pagine epiche che accendevano l'entusiasmo della sua gente: erano gli anni in cui i motori rombavano sul circuito cittadino della leggendaria Coppa Acerbo, attirando i più grandi campioni dell'automobilismo internazionale, e le strade si coloravano per il passaggio dello storico Trofeo Matteotti, un rito di ciclismo e di popolo arrampicato sui colli. La città era una capitale dello sport d'élite, capace di dominare l'Europa con le gloriose imprese della pallanuoto, e di toccare il cielo della Serie A del calcio con le storiche promozioni che facevano tremare lo stadio Adriatico, mentre i palazzetti vibravano per i successi nazionali e la passione del basket, sia maschile che femminile, e della pallavolo in entrambe le sue anime.

Ma un secolo di metamorfosi lascia sul corpo i segni del tempo, e la parabola di questa gente racconta oggi un mutamento profondo che ha spento i riflettori sui grandi palcoscenici: nati pescatori legati ai ritmi sacri e faticosi del mare, i pescaresi si sono scoperti prima costruttori accaniti nel dopoguerra e poi commercianti rampanti, inseguendo la vertigine del profitto e della modernità, mentre le grandi manifestazioni internazionali sono svanite e lo splendore sportivo si è dissolto, lasciando il calcio sprofondato nei campi polverosi della Serie C, la pallanuoto ormai scomparsa dai radar della gloria, e i canestri e le reti del volley maschile e femminile svuotati di quella linfa competitiva.

In questo correre veloce, l'antica isola felice ha smarrito parte della sua innocenza e del suo blasone; oggi il cemento stringe in un abbraccio soffocante gli spazi verdi dell'infanzia, l'ombra inquieta della criminalità avanza tra le pieghe della cronaca quotidiana, e nei palazzi del potere si avverte la nostalgia per quella sapienza e quella profonda cultura amministrativa che guidarono sindaci del passato come Vincenzo Chiola, capaci di sognare una città prima ancora di edificarla.

Il pescarese del centenario si ritrova così: più cinico, talvolta smarrito tra le lamiere e il traffico, custode di un benessere che ha barattato la quiete con la fretta, chiamato a decidere se restare prigioniero delle proprie stesse colate di asfalto o ritrovare, nell'eredità dei suoi padri, la forza per restituire un'anima alla sua terra.

Proprio su questo crinale d'ombra si staglia la promessa e la scommessa della Grande Pescara, il disegno geopolitico che fonderà ufficialmente la città con Montesilvano e Spoltore, creando un gigante adriatico chiamato a curare i propri mali o a rassegnarsi a un destino di asfalto.

Questa imminente transizione cammina su un filo sottile: da un lato c'è il rischio di estendere l'edilizia speculativa verso le colline incontaminate e di disperdere il controllo del territorio tra le maglie di una burocrazia ereditata da vecchi campanili; dall'altro pulsa l'ultima grande occasione storica di redimerla, attraverso un Piano Regolatore Generale Unico capace di arrestare la morsa del cemento, e un coordinamento centrale della sicurezza che cancelli le zone d'ombra della microcriminalità fluviale e periferica.

La Grande Pescara costringerà questa gente a specchiarsi nell'evidenza di una metropoli che esiste già nei fatti, privandola dell'alibi dei vecchi confini amministrativi e ponendo ai futuri governanti lo stesso identico dilemma che tormentava i padri fondatori: se prevarrà l'opportunismo politico la nuova creatura allargherà soltanto il perimetro del proprio degrado, ma se rinascerà la sapienza lungimirante di un tempo, la fusione saprà farsi farmaco per le ferite urbane, restituendo dignità all'orizzonte e ricordando ai pescaresi che per volare alti non basta sognare, ma occorre custodire con saggezza le radici profonde del proprio mare.

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