IL RITMO DEL SILENZIO

E LE FOGLIE DI VIALE REGINA ELENA

(dedicato a Marco Veronese)

Ho passato ottantasei anni correndo dietro al tempo degli altri. Ho consumato i tasti della macchina da scrivere sul ritmo forsennato di un contropiede, sulle volate millimetriche al fotofinish, sul battito accelerato di un atleta prima del salto e sul boato improvviso di uno stadio che esplode al novantesimo. Il dinamismo era il mio mestiere, la mia aria, la mia stessa giovinezza: la linea di fondo, il cronometro che correva implacabile, la vita misurata in decimi di secondo e titoli strillati in prima pagina. Ogni giorno era una sfida contro il fischio finale, un tentativo di fermare l'attimo fuggente della vittoria o di lenire l'amarezza di una sconfitta epica.

Oggi, fine settembre, dalla finestra del mio alloggio in viale Regina Elena - in questa che è una delle vie più eleganti e luminose di Pescara - il tempo ha scoperto tutto un altro passo. È un passo lento, quasi solenne, che non cerca record e non teme ritardi. I platani monumentali lungo il viale hanno cominciato a perdere le foglie. Le guardo staccarsi dai rami alti e oscillare nell'aria prima di toccare l'asfalto, compiendo una parabola perfetta, priva di fretta.

In questo loro silenzioso e dolce declino ritrovo, inevitabilmente, la mia caduta libera. Viene naturale pensare alla fine di un ciclo. Eppure, in questo distacco non c'è il dramma della sconfitta, ma la sacralità della natura che si compie. Il tempo non è un avversario da battere sul traguardo, ma un fiume che scorre e che finalmente, oggi, posso fermarmi a contemplare senza l'ansia della prossima scadenza o della pagina da riempire.

In questo autunno intimo, i miei figli sono ormai lontani, impegnati nelle loro personali gare della vita, a correre le loro maratone con le forze e l'entusiasmo della giovinezza. Hanno i loro traguardi da tagliare, com'è giusto che sia. Ma la mia panchina non è vuota, e la solitudine non abita in queste stanze.

Qui, nel cuore del mio rifugio, il pezzo di cuore più puro ha sei anni, il pelo morbido e il respiro calmo di chi non conosce ansia da prestazione né scadenze sul calendario. La mia pelosetta, Maggie, mi guarda con la stessa intensità con cui un tifoso attende il verdetto finale, ma nei suoi occhi non c'è giudizio, c'è solo un amore assoluto che ignora i secondi che passano. Lei è il mio ancoraggio al presente: non rimpiange la primavera passata e non teme l'inverno che arriva; accetta la carezza di adesso, e in quella carezza racchiude il senso del mondo.

Mentre la guardo, il pensiero torna ai grandi poeti che hanno saputo dare un nome a questa nostra fragile condizione. Mi risuona dentro la voce spezzata e immensa di Giuseppe Ungaretti sul fronte della Grande Guerra: «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie». È un verso che porto dentro come una cicatrice e come una carezza, perché fotografa esattamente questo mio stare adesso.

Siamo appesi a un soffio, in un equilibrio precario e bellissimo, pronti a lasciarci andare quando la stagione lo chiede. Ma c'è una dignità profonda in questa sospensione, una pace che si guadagna solo avendo vissuto ogni minuto fino in fondo. Ho corso tanto, ho raccontato la velocità e la forza degli altri, ma questa quiete dorata, vissuta a passo lento sotto le foglie che cadono a Pescara, è forse il traguardo più bello che potessi tagliare. Le mie foglie cadono, sì, ma hanno conosciuto il sole, hanno dato ombra e hanno respirato il vento del mare. E questo mi basta per sorridere al tramonto.

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