Oltre il fluire eterno e solenne del fiumana, laddove l’onda salmastra bacia la sabbia adriatica e il corso d'acqua si fa specchio vivo di un'aspra terra, si consumò per lunghi decenni la pugna fraterna e selvaggia tra le due sponde dell’antico approdo. In quegli anni lontani, le acque della Pescara scorrevano limpide, chiare e rigogliose, arteria feconda che nutriva le genti con la forza primordiale di un elemento divino.
Lungo le sponde erbose, a ridosso dei canneti mossi dal vento marino, si radunavano a gruppi le belle donne del popolo: creature fiere, dalle caviglie forti e dai capelli corvini raccolti sulla nuca, che cantando strofe antiche recavano i panni da lavare nella purezza della corrente. I loro gesti ritmici, il battere dei lini sulle pietre levigate e il riso arguto che risuonava tra i flutti erano l'inno di una giovinezza radiosa, espressione di un fiume che era allora madre e lavacro di un'intera civiltà.
Da un lato del corso d'acqua si stendeva la Marina Nord, nata sotto l’egida di Castellammare, e dall'altro la Marina Sud, custode a Porta Nuova della più arcaica, fiera e verace stirpe di pescatori e marinai. Proprio a Porta Nuova mettevano radici le antiche e blasonate casate, indissolubilmente legate all'altare della curia, alla vasta proprietà agraria e al prestigio dei notabili locali; una sponda aristocratica e conservatrice, custode di feudi e poteri tradizionali, da cui nacquero col tempo le dinastie dei ricchi commercianti di successo che dominavano i mercati con la solidità dei loro patrimoni.
Sull'altra sponda, invece, Castellammare volgeva arditamente lo sguardo al futuro, avendo puntato tutte le sue scelte produttive sulla modernità dei traffici marittimi e ferroviari e sulle nascenti delizie del turismo balneare. Essa si rivelò una fucina incessante di invenzioni quotidiane e di audacia: una marea di fantasiosi operatori commerciali che, sfidando le ferree regole dell'economia con pochissimo conio in tasca, aprivano dal nulla attività visionarie e destinate a un radioso successo futuro.
Quella scintilla d'ingegno pionieristico la portò in pochi anni a tramutarsi in un centro nevralgico regionale di travolgente potenza, un fulcro identitario così tenace che nemmeno la furia devastatrice dei bombardamenti del '43 riuscì ad annullare. Eppure, nonostante questa profonda divergenza tra l'antico lignaggio agrario del Sud e l'intraprendenza marittima del Nord, le due anime sorelle eppur nemiche si lanciavano ancora, sul vecchio ponte di ferro o sul legno delle paranze, in titaniche fitte di sassi e d'orgoglio, difendendo la propria sponda come una sacra patria barocca. In quella selva di braccia nodose svettava come un semidio della banchina il leggendario Maione, da tutti evocato col fatidico nome di "Papilione", uomo dalla forza indicibile e dal coraggio leonino, capace di domare le rissose folle con la sola prestanza del suo vigore antico. Sotto la cenere di quell'odio ardeva però segreto il fuoco di Cupido: accadeva non di rado che i giovani delle opposte rive, incrociandosi fugacemente sui legni o lungo i moli, venissero folgorati da un amore subitaneo e proibito.
Erano passioni clandestine e perigliose; se le famiglie rivali avessero scoperto quel legame oltre il confine del fiume, si sarebbero scannate in faide feroci e senza fine. Per scampare al sangue, i giovani innamorati non avevano altra via che implorare il pio e saggio soccorso dei due parroci delle rispettive sponde; i curati, unici mediatori di pace, tessevano allora una paziente tela diplomatica, preparando con sapienza il terreno per rivelare la notizia e placare l'ira dei patriarchi prima che fosse troppo tardi. Ma quando l’eco del tifo richiamava il popolo nell'arena del Rampigna, ogni contrasto privato o cittadino si placava d'incanto, mutando l’intera marineria in una indomabile falange d'acciaio: dinnanzi alla maglia del Pescara, nel perimetro di quel campo glorioso dove le fazioni si mescolavano senza barriere ai forestieri (definito all’epoca la fossa dei leoni), l'orgoglio del fiume si compattava e per gli avversari erano dolori indicibili, travolti dall'impeto congiunto di una folla che non conosceva paura.
La sfida tornava poi a farsi rito solenne e gioioso durante le celebrazioni di Sant'Andrea, allorché il mare si popolava di barche a remi lanciate in furiose regate e l'albero della cuccagna, eretto e viscido di grasso sopra lo specchio delle acque, chiamava i giovani a cimentarsi in scalate vertiginose; lassù, tra le ovazioni del popolo festante, non si ghermiva soltanto il meritato prosciutto, ma si conquistava il titolo onorifico di sponda più abile, un blasone di destrezza da esibire con fiero vanto. E sebbene l’anno 1927 abbia suggellato, per regio decreto, l’unione amministrativa dei due centri in un'unica e grande città, l’antico spirito battagliero dei pescaresi non si è mai spento, sopravvivendo oggi in schermaglie goliardiche e più diplomatiche di parole. Eppure, l'odierno declino del fiume stride dolorosamente con i fasti di quel passato dannunziano: l'antico specchio pulito in cui si specchiavano le lavandaie ha ceduto il passo a una situazione di estremo e amaro disagio, dove i pescatori, eredi di quella fiera stirpe marina, lottano quotidianamente contro i fanghi e i fondali ostruiti, impossibilitati ad attraccare con facilità e a ritrovare nel porto l'abbraccio sicuro della propria terra.