IL SILENZIO DELL'ECONOMISTA CAFFÈ

E IL SEGRETO DELLA SABBIA

Il mistero ha un modo tutto suo di riverberarsi nelle vite degli sconosciuti, muovendosi lungo canali invisibili che uniscono la grande storia collettiva alle pieghe più intime dei nostri ricordi. Per anni, la scomparsa di Federico Caffè — il grande economista keynesiano che la notte del 15 aprile 1987 era uscito dalla sua casa romana alla Balduina per dissolversi nel nulla — era stata per me una vicenda confinata alle pagine dei giornali e ai dibattiti d’ateneo. Poi, il destino decise di far incrociare le nostre traiettorie nell'acqua clorata di una piscina, alle Naiadi di Pescara. Tra una bracciata e l’altra, nella corsia fianco alla mia, c’era un uomo comune che, fermatosi a riprendere fiato a bordo vasca, iniziò a parlare. Quando il discorso cadde sull'enigma di quel professore così amato e così tragicamente perduto, si presentò come un suo cugino di primo grado. Mi disse, con la freddezza rassegnata di chi ha dovuto fare i conti con il dolore per troppo tempo, che tutta la famiglia era fermamente convinta della pista del suicidio; il professore, schiacciato da un male oscuro, si era tolto la vita. Quella versione, però, a me stava stretta. Da uomo pratico, abituato a misurarmi con la logica dei fatti e dei corpi, c’era un dettaglio che non mi dava pace: la totale assenza di tracce. Il corpo di un suicida, prima o poi, si trova. Il mare restituisce, la terra conserva, il Tevere non nasconde per sempre.

Di Federico Caffè, invece, non era rimasto nulla, scomparso come volatilizzato in un'assenza assoluta che sfidava le leggi della fisica e della probabilità.

Quell'incongruenza logica continuò a galleggiare nei miei pensieri ben oltre i confini della piscina, spingendomi a cercare un'altra dimensione del silenzio, dove l'acqua non fosse quella chiusa e artificiale di una vasca, ma quella immensa del mare d'inverno. Pescara, in quel finire di anni Ottanta, era una città strana, percorsa da brividi di inquietudine collettiva e da cronache che parlavano di insoliti avvistamenti UFO e di fenomeni extraterrestri, quasi a voler cercare nel cielo le risposte a un presente indecifrabile. Ma io preferivo tenere i piedi piantati per terra e, invece di guardare le stelle, decisi di scavare nelle carte. Mi presi la briga di raccogliere, ritagliare e fotocopiare ogni singolo articolo, saggio o documento relativo al professore, creando un faldone pesante che divenne il mio compagno di viaggio prediletto durante i mesi freddi. Lo portavo con me sulla spiaggia, insieme alla mia fedele cagna Maggie, cercando la solitudine di una distesa adriatica spogliata della confusione estiva, dove il rumore ritmico della risacca amplificava le domande rimaste senza risposta. Lì, seduto sul bagnasciuga mentre Maggie correva sulla sabbia umida, cercavo di decifrare quel "peso delle responsabilità" che aveva progressivamente schiacciato Caffè. Non era solo una questione personale. Il professore viveva immerso nel dramma morale di un'epoca feroce: l'Italia era appena uscita dagli Anni di Piombo, una stagione di sangue che lo aveva ferito al cuore con l'assassinio, nel 1985, del suo allievo prediletto Ezio Tarantelli per mano delle Brigate Rosse. A quel dolore indicibile si sommava la frustrazione intellettuale di vedere il mondo economico correre ciecamente verso il neoliberismo e il disimpegno, smantellando quel welfare state a cui lui aveva dedicato l'intera esistenza. C'era poi la pressione quotidiana, immensa, dei suoi studenti: per loro Caffè non era solo un docente, ma una guida, uno scudo, un punto di riferimento etico in un Paese che stava smarrendo la bussola. Un carico di aspettative titanico per un uomo solo, fragile e profondamente deluso dalla svolta egoistica della società.

Fin da ragazzo, ho sempre avuto una strana predisposizione: se mi soffermavo a riflettere intensamente su un problema, e se per caso avevo un pezzo di legno in mano, la mia mano si muoveva da sola sulla sabbia, tracciando parole che non decidevo consciamente di scrivere ma che col tempo si rivelavano essere concrete ispirazioni. Quel giorno d'inverno, però, sul bagnasciuga avevo con me un blocco notes e una matita. Ero perso nei miei pensieri, gli occhi fissi sul mare grigio, quando all'improvviso la matita cominciò a vibrare tra le mie dita. Fu un movimento involontario, una scossa leggera ma decisa; lasciai la mano libera di assecondare quel flusso e la grafite scivolò sulla carta bianca, tracciando lettere veloci che composero una frase definitiva: "soffrivo troppo, troppe responsabilità che mi schiacciavano, convento, trovato la pace". Rimasi a fissare quel foglio mentre il vento sollevava un velo di sabbia, avvertendo che l'eco della rigidità familiare sul suicidio si stava sgretolando di colpo. Quella scrittura automatica apriva uno squarcio straordinariamente verosimile su una realtà diversa e, se vogliamo, persino logica per un uomo della sua statura. Caffè non aveva cercato la morte, ma l'estremo diritto all'oblio e alla protezione. Aveva trovato rifugio tra le mura spesse e invalicabili di un convento di clausura, un luogo dove il tempo si ferma e dove la burocrazia del mondo degli uomini perde ogni valore. È proprio lì, nel silenzio di un’abbazia, che si compie l'ultimo atto di questa perfetta uscita di scena: una volta giunta la fine dei suoi giorni, la sepoltura viene effettuata direttamente all'interno delle mura monastiche, nel cimitero privato dei frati, senza che ne venga data alcuna comunicazione all'esterno, blindando il segreto per l'eternità. O forse, più sottilmente, la sua identità terrena è stata assorbita e coperta dal nome fittizio di un vecchio padre che aveva vissuto e pregato in quel convento prima di lui, permettendo all'economista che voleva difendere gli ultimi di riposare sotto una croce anonima. In fondo, questa risoluzione solleva una profonda riflessione teologica e filosofica sulla natura del distacco. Se il suicidio è l'atto estremo con cui l'uomo recide il proprio legame con la vita per disperazione, la clausura monastica rappresenta l'opposto: non una distruzione del sé, ma una trasfigurazione. Nel silenzio del chiostro, l'identità sociale, i titoli accademici e il fardello della storia non vengono annullati dal nulla, ma offerti all'Assoluto. Scomparire in un convento, assumendo persino il nome di chi ci ha preceduto, significa accettare una morte mistica prima di quella biologica. Federico Caffè, che per tutta la vita aveva cercato di dare un ordine razionale e giusto ai bisogni degli uomini, potrebbe aver compreso che l'unica vera risposta al rumore opprimente del mondo risiede nella rinuncia totale al mondo stesso. Sotto la pietra di un'abbazia o dietro un nome non suo, l'economista non ha cercato il vuoto del sepolcro, ma la pienezza di un Silenzio capace di contenere, finalmente senza dolore, tutte le sue troppe responsabilità.