Puntuale arriva la richiesta del professor Fernando Tana, mio caro amico di confronti letterari: Caro Gianni una riflessione, se ti va sul libro bloccato per sospetto uso dell’AI del nuovo romanzo litigato da 14 editori per 2 milioni di dollari di Jerry Falade e da Lui stesso definito puro “Razzismo”.
Ricordo, a chi non avesse seguito il fatto di cronaca, che Falade aveva scritto e presentato agli editori un suo manoscritto che ha suscitato subito moltissimo interesse: Prometteva di essere un bestseller mondiale, ma una nuova tempesta sull'uso dell'intelligenza artificiale ne ha bloccato la pubblicazione, dopo che aveva già ricevuto un'offerta milionaria da un editore americano e la promessa di un anticipo a sei cifre da uno britannico, proposte ancora più straordinarie tenuto conto che si tratta di un autore esordiente.
A infiammare la polemica contribuisce il fatto che lo scrittore in questione, Jerry Falade, è afroamericano e che, smentendo l'accusa, reagisce accusando a sua volta il mondo editoriale di razzismo. Il suo libro, intitolato Call me, I'll hide the body (Chiamami, nasconderò il corpo), è un noir che aveva attirato enorme attenzione. Tutto sembrava procedere a gonfie vele per pubblicarlo in contemporanea in mezzo mondo nel 2028, quando improvvisamente Marc Gerald, che rappresentava l'autore attraverso l'agenzia letteraria Europa Content, ha ritirato il romanzo dal mercato, rompendo i rapporti con lo scrittore.
Sul tema del rapporto scrittore4 macchina c’è un intervento di Walter Veltroni che intervista l’intelligenza artificiale “Claude” sul Corriere della Sera del Primo Maggio. Domande sul mare, sulla morte, sulla solitudine, su Trump, su HAL 9000. Risposte raffinate, letterarie, malinconicamente perfette. Veltroni si commuove. In molti si sono commossi con lui. Altrettanti hanno storto il naso parlando di un “pappagallo stocastico”, preoccupati per i giovani e per le personalità deboli.
Non sono certo il più autorevole giornalista per entrare nel problema ma esercito il mio potenziale critico rispondendo solo a Fernando: Due milioni di dollari per un sospetto.
Il verdetto non è arrivato da un critico letterario, ma da una percentuale su uno schermo: è bastato questo a far crollare un sogno da due milioni di dollari. Il congelamento improvviso di “Call Me, I’ll Hide the Body”, il thriller dell’esordiente Jerry Falade non è solo un caso di cronaca aziendale, ma il Ground Zero dell'editoria moderna.
Per la prima volta, un’opera osannata come un capolavoro folgorante viene bloccata non per un plagio tradizionale, ma per il sospetto che la sua genesi non sia interamente biologica. L’agenzia Europa Content ha ritirato il testo ammettendo di non poter documentare l'evoluzione della stesura, mentre Falade grida all'innocenza denunciando un "pregiudizio preventivo" che rischia di penalizzare i nuovi talenti.
Al di là del verdetto specifico, la vicenda solleva interrogativi cruciali: come si dimostra l’uso dell’intelligenza artificiale in letteratura e fino a che punto questo aiuto può considerarsi lecito?
La verità scientifica attuale è spiazzante: l'interferenza di un algoritmo non si può dimostrare con certezza assoluta. I software anti - IA non cercano impronte digitali, ma calcolano la fluidità e la prevedibilità del testo. Se la prosa è lineare, pulita e priva di picchi stilistici, l'algoritmo ipotizza una firma artificiale.
Questa metodologia genera clamorosi falsi positivi, penalizzando sistematicamente gli scrittori non madrelingua o chi possiede uno stile molto geometrico. L’unica vera difesa per un autore non risiede più nel testo in sé, ma nella documentazione del proprio percorso creativo, come la cronologia delle revisioni digitali. L'errore dell'editoria sta nel considerare l'uso dell'IA come un blocco monolitico, ignorando che la scrittura contemporanea è ormai una collaborazione dinamica. Non esiste il "bottone magico" che sputa romanzi finiti; esiste un dialogo incrementale in cui l'autore usa la macchina come "socio di speculazione" per sbloccare la trama, come "pennello digitale" per levigare il ritmo di un dialogo, o come correttore di bozze ultra-rapido.
Questo livello di co - creazione dà vita alla "scrittura centauro" (metà uomo, metà codice) e fa saltare i vecchi criteri di attribuzione. Se un autore sviluppa l'idea, modella i personaggi e decide i colpi di scena, ma delega all'algoritmo la fluidità della sintassi, di chi è la paternità dell'opera? L’editoria tollera da sempre i ghostwriter umani che scrivono libri interi per conto terzi, ma sperimenta il panico morale se il supporto viene da un modello linguistico. La vera distopia che il caso Falade ci mette davanti non è un futuro di libri scritti da robot, ma un presente in cui gli scrittori umani sono costretti a sporcare e banalizzare deliberatamente il proprio stile solo per non essere censurati da un software difettoso. Se la forma diventa automatizzabile, la vera letteratura dovrà rifugiarsi nell'anomalia, nell'errore e nell'imprevedibilità del pensiero: l'unica vera traccia biologica rimasta che nessuna macchina potrà mai replicare.
Resta così aperto l'interrogativo più urticante: usare l'intelligenza artificiale è davvero una truffa intellettuale, un falso d'autore da punire con la censura? O siamo di fronte alla nascita di una forma attuale, modernissima e dirompente di co - creazione letteraria?
Se l'arte è sempre stata la capacità di governare i mezzi tecnologici del proprio tempo, forse il vero talento del futuro non sarà più quello di saper allineare le parole su un foglio, ma l'abilità squisitamente umana di saper dialogare con la macchina.