Tra poche settimane si ricomincia e prendo atto che il calcio moderno ha compiuto un miracolo sociologico senza precedenti: ha azzerato l'autorità della competenza. Un tempo il giornalista sportivo era una figura distante, un cronista che traduceva la complessità del campo per un pubblico consapevole del proprio ruolo di spettatore. Oggi, l’avvento dei social ha generato la bizzarra illusione che un abbonamento allo stadio o una connessione internet conferiscano automaticamente una cattedra in scienza delle comunicazioni e un master a Coverciano.
Si è creata così una nuova fauna di esperti che, armati di assoluta ignoranza tecnica e incrollabile fede religiosa per i propri colori, pretendono di tenere lezioni magistrali a chi del calcio ha fatto la propria professione per decenni.
C’è un miracolo scientifico che si compie ogni partita. Migliaia di individui, le cui competenze analitiche solitamente si fermano alla decifrazione del menu del pub, subiscono una metamorfosi kafkiana. Diventano, di colpo, analisti tattici raffinatissimi. Il loro percorso formativo è accademico e rigoroso. Non passano decenni a studiare schemi, a frequentare ritiri, a spulciare bilanci societari o a coltivare fonti come quei poveri fessi dei giornalisti professionisti. No, il tifoso moderno ha una scuola molto più dura: l'Università della Curva e il Master di Specializzazione su X.
Riconosco di leggere sui social, qualche volta, delle riflessioni interessanti ma sono fiori nel deserto.
Il culmine dell'analisi tecnica arriva dai veri puristi: gli ultras della curva.
Loro la partita la studiano davvero. Mentre un giornalista in tribuna stampa commette l'errore dilettantesco di guardare il pallone, il campo e i movimenti senza palla, il super esperto di curva applica un metodo scientifico ben diverso. Passa i primi venti minuti spalle al campo per coordinare un coro di tre parole, dedica il secondo tempo a insultare la mamma del guardalinee situato a ottanta metri di distanza e trascorre i minuti di recupero a lanciare fumogeni e birre contro il vetro protettivo. Alcuni gruppi, poi, hanno come bersaglio il presidente di turno reo di non avere soldi da investire per fare grande la squadra. A Pescara Sebastiani ne sa qualcosa ma, in questo caso, il demerito è tutto suo.
Dall'alto di questa totale cecità visiva e parziale assenza di ossigeno – dovuta ai fumogeni e alle urla – il tifoso trae conclusioni tattiche definitive. Se il giornalista a fine partita osa dire che la squadra ha sofferto il pressing alto, il verdetto della curva è immediato: "Giornalista terrorista, non capisci niente, eravamo dominanti!".
Per il tifoso medio, la deontologia giornalistica si basa su un unico e immutabile dogma: il giornalista bravo, onesto e competente è quello che dice esattamente la stessa identica cosa che pensa lui. Se un cronista che mastica calcio da trent'anni analizza un fuorigioco millimetrico o un errore di posizionamento del portiere, non sta facendo il suo lavoro: sta chiaramente "remando contro", è "pagato dai poteri forti" o, peggio, "è interista/milanista/juventino dentro". Se invece lo stesso giornalista dice che l'arbitro è un venduto – coincidendo perfettamente con il pianto del tifoso sul divano – allora diventa improvvisamente l'ultimo baluardo della verità e dell'informazione libera.
La bellezza dei social è aver dato a chi non distingue una difesa a tre da un modulo a cinque la pretesa di fare un dibattito alla pari. Il giornalista espone dati, statistiche e pareri tecnici accumulati in anni di carriera; il tifoso risponde con l'argomentazione definitiva, il pilastro del giornalismo moderno: "Zitto venduto, pensa a quanto fa schifo la tua opera di lecchino."
Questa pretesa di parità polemica nasconde in realtà una profonda fragilità. Il tifoso non cerca il dialogo, cerca lo specchio; non vuole comprendere il gioco, vuole solo validare la propria frustrazione o esaltazione domenicale. Nel momento in cui il tifo cancella l'oggettività, il giornalista smette di essere un testimone per diventare un bersaglio, un eretico da fustigare sulla pubblica piazza digitale perché ha osato anteporre la realtà dei fatti alla narrazione del cuore. Finché la sciarpa al collo conterà più del tesserino professionale, assisteremo a questo bizzarro spettacolo: una massa di geometri, impiegati e studenti che spiegano come si vince la Champions League, convinti che urlare più forte su una tastiera equivalga ad avere ragione.