PIZZICHI E MOZZICHI (NUMERO 5)

LUCIANO D’ALFONSO: L'Illusione del Rubicone

C’è un errore simpaticamente tragico che accomuna i conquistatori di provincia quando confondono il cortile di casa con il Foro Romano: dimenticare la lezione di Giulio Cesare. Il Divo Giulio ripeteva che avrebbe preferito di gran lunga essere il primo in un misero villaggio della Gallia piuttosto che il secondo a Roma. Ma provate voi a spiegare la modestia a chi è cresciuto all'ombra della Maiella con tre lauree in tasca e un vocabolario così ricco da far sembrare i ministri della Repubblica degli scolari delle elementari. Quando la bramosia del comando si sposa con una cultura enciclopedica esibita a colpi di citazioni dotte, il richiamo della Capitale diventa irresistibile. È la storia di chi, dopo aver domato la politica locale, si convince che il Tevere sia solo un affluente del fiume Pescara, scoprendo poi che a Roma i posti in prima fila sono già tutti prenotati.

Dalla Pietra di Lettomanoppello ai Corridoi di Palazzo

Tutto ha inizio a Lettomanoppello. Un pugno di case aggrappate alla roccia, un borgo delizioso rimasto impresso sulle mappe geografiche essenzialmente per due motivi: la pietra bianca e i piedi d'oro del calciatore Marco Verratti. Da questa culla di fatiche balza fuori un giovane democristiano con una dote straordinaria: la capacità di parlare per ore senza mai usare una congiunzione semplice. Luciano D'Alfonso arriva a Pescara e avvia una scalata ipnotica. Diventa Presidente della Provincia, poi Sindaco di Pescara, infine Governatore dell'Abruzzo. Sotto il suo regno, la politica regionale smette di essere ordinaria amministrazione e diventa alta liturgia: delibere comunali scritte in un italiano talmente aulico da richiedere il traduttore simultaneo e riunioni convocate all'alba, roba che gli assessori si svegliavano con la sensazione di dover andare a messa prima del caffè.

Certo, lungo la strada non sono mancati i momenti di massima tensione teatrale, come quando le sue avventure pubbliche si sono incrociate pericolosamente con le lenti d'ingrandimento della Giustizia. Di fronte alle contestazioni su presunti fondi pubblici utilizzati in modo un po' troppo disinvolto e personale, chiunque altro avrebbe scelto il classico e noioso profilo basso degli avvocati di grido. Non Luciano. Con un colpo di genio comunicativo degno della migliore sceneggiatura neorealista, si difese pubblicamente spiegando che quelle spese non gravavano affatto sulle casse dei contribuenti, bensì sui provvidenziali e generosi risparmi delle sue anziane zie, che contribuivano alla causa attingendo direttamente alle proprie pensioni. Un capolavoro di welfare familiare che ha trasformato la contabilità giudiziaria in una commovente saga di affetti d'altri tempi, dove l'assegno previdenziale della terza età diventa lo scudo spaziale contro gli avvisi di garanzia

Forte di questa formidabile capacità di galleggiamento e di una parlantina che stenderebbe un pugile, Luciano decide infine che l'Abruzzo gli sta stretto ed è l'ora del grande salto verso il Parlamento. Immagina i leader nazionali prendere appunti mentre lui illustra le strategie macroeconomiche con la sua prosa rinascimentale.

E invece? Il risveglio è un bagno di realtà nel cinismo romano, dove se non hai le chiavi delle segreterie che contano, sei solo un voto in più che compare sul tabellone dell'Aula. Oggi lo ritroviamo confinato nelle commissioni parlamentari. Certo, si occupa di infrastrutture e trasporti, materie che gli sono persino familiari data la sua antica militanza da funzionario ANAS. Ma che delizioso contrappasso per l'uomo che sussurrava ai potenti. Lui, che in Abruzzo decideva persino il colore delle fioriere e il destino dei grandi appalti regionali, oggi si ritrova a Roma a discutere amabilmente di emendamenti sui guardrail e varianti di tracciato per le strade statali. Il "Vate" della politica pescarese ridotto a fare quello che faceva all'inizio della carriera, solo con un biglietto del treno in più in tasca. Un leone che ruggiva sulla riviera e che oggi, nei corridoi del Senato, deve mettersi educatamente in fila anche solo per chiedere un caffè alla buvette.

Il Ritorno all'Anas dello Spirito

La parabola dalfonsiana è il monumento perfetto all'ambizione che si prende troppo sul serio. Chi scriveva il destino dell'Abruzzo con lo stile di un filosofo, oggi compila verbali tecnici sotto lo sguardo distratto di burocrati romani che probabilmente pensano che Lettomanoppello sia un quartiere di Civitavecchia. Ha scambiato lo scettro di Re incontrastato della Gallia abruzzese con il badge da comparsa a Roma. E mentre le commissioni gli restituiscono i vecchi profumi degli uffici ANAS, resta il sospetto che l'unica vera "infrastruttura" che Luciano non sia riuscito a progettare sia una comoda rampa di ritorno verso la sua amata Pescara, dove almeno i cartelli stradali parlavano di lui e le pensioni delle zie potevano essere spese in santa pace senza finire sui giornali.